Geetaji: focalizzare l’attenzione nella pratica di asana

In questa lezione, tenuta all’Istituto di Pune a giugno 2018, Geetaji prese spunto dall’osservazione degli allievi (soprattutto nella pratica di parsvottanasana) per chiarire alcuni aspetti dell’Iyengar Yoga insistendo sul fatto che non esiste un unico modo di eseguire gli asana, ma occorre sviluppare l’osservazione e la discriminazione. In questo modo, l’esecuzione delle posizioni, più o meno avanzata,  è risultato della qualità dell’osservazione e dell’impegno costante nella pratica.

Adho  Mukha  Virasana

Adho Mukha Svanasana le gambe sono attive, la mente è passiva

Uttanasana, piedi separati, ginocchia separate, cosce separate, ischi separati. Chi non sente questa “separazione” deve aumentare la distanza.

urdhva hastasana/adho mukha vrchasana 

uttanasana piedi uniti, aprire le dita, premere i talloni. Aprire il muscolo del polpaccio e spingere i quadricipiti indietro e su, non in avanti.

Padangustasana, piedi separati. Aprire i lati del torace, tenere gli alluci, testa su, torace su. Braccia stirate, rotazione delle braccia.  Piegare le braccia, azione delle braccia come in sirsasana.

Pada hastasana, gomiti aperti e piegati, estendere i due lati del tronco e testa giù

prasarita padottanasana. Per far rimanere l’addome soffice, usare un mattone o un bolster per la testa. Si usa questa modalità durante il ciclo, capire la differenza. Fare è facile, ma capire può richiedere molto tempo. Le natiche vanno ruotate in avanti, dietro delle cosce aperte, testa giù. Eventualmente, piedi sui mattoni. Dalla posizione, camminare in avanti con le mani, continuando a ruotare le natiche in avanti.

parsvottanasana. Braccia su, aprire i lati del torace, espirare e portare la testa sulla tibia. La natica della gamba dietro non deve crollare. Le mani ai lati del piede, poi dietro. L’addome deve ruotare verso la gamba davanti e il piede davanti deve rimanere diritto. Il torace è in linea come in hanumanasana. I principianti possono ruotare il piede dietro di 90 ° così c’è l’equilibrio e l’allineamento, ma gli studenti avanzati devono ruotare di 60°così c’è estensione della gamba dietro, dell’esterno della coscia. Se i piedi sono allineati non fluisce l’energia, la posizione è bloccata.

utthita hasta padasana/parsvottananasana.

Iyengar yoga è fatto per il corpo, la mente e l’anima. Usate viveka, la discriminazione, tra conoscenza corretta e conoscenza errata. La vostra pratica deve essere fisica, mentale, ma anche spirituale. Se non ci sono queste tre componenti, non è yoga, non è Iyengar Yoga. Occorre rimuovere le impurità per raggiungere viveka. Purezza, chiarezza, spiritualità fanno scorgere l’anima, senza dubbio. Geeta non ha detto di mettere il piede in questo o in quell’altro modo, ma quando seguite gli insegnamenti trovate più libertà. Ogni parte del corpo si apre di più, si trova spazio per la parte organica, per l’energia. Nella zona pelvica, muladhara, c’è energia. Muovere la parte bassa dell’addome in avanti, ruotare l’osso pubico. Portare la concentrazione in questo punto. Non è una questione di tecnica, ma di concentrazione e discriminazione. Fate le azioni e vedete cosa succede. Fare le azioni senza osservare non serve. Perché un’area del corpo venga osservata deve essere passiva. L’osservazione è pratyāhāra. Si può anche eseguire praticando asana. Come diceva Guruji, è meditazione attiva.

parsvottanasana. Estendere il tronco, rimanere al centro.

sirsasana. Ekapada sirsasana x3. Parsva sirsasana. Parsvaikapada sirsasana. Virasana in sirsasana, ruotare. Portare le ginocchia all’addome e ruotare. Gambe su. Virasana di nuovo. Ginocchia all’addome.

adho mukha virasana ginocchia unite

sarvangasana. Senza cintura.

Prevenire i contagi potenziando il sistema immunitario

Guruji BKS Iyengar nacque nel 1918, nel pieno della pandemia di influenza “spagnola” che fece milioni di vittime in tutto il mondo e sua mamma si ammalò proprio quando era incinta. Forse per questo motivo Guruji fu un bambino di salute cagionevole e le sue  condizioni lo portarono a studiare yoga. Grazie al suo insegnamento, ora moltissime persone in tutto il mondo possono praticare yoga mettendo in essere le tecniche da lui perfezionate e migliorare così il loro stato di salute fisica e mentale.

Ma le epidemie continuano. Ci furono, tra le altre,  l’influenza suina e poi la SARS. Ora c’è una  nuova epidemia che si sta propagando in tutto il mondo, nonostante precauzioni senza precedenti. Più che la malattia in sé, è la paura di ammalarsi che danneggia milioni di persone.  Chi viaggia ha paura di ammalarsi e chi rimane a casa ha paura dei viaggiatori!

Quando si diffuse il timore per la c.d. influenza suina, le autorità indiane decisero di chiudere le scuole e anche l’Istituto di Pune dovette chiudere, benché non ci fossero ammalati tra gli insegnanti e gli studenti. Ma fortunatamente lo yoga ha metodi diversi e più intelligenti di affrontare il problema, che non va comunque sottovalutato. La forza dello yoga è la prevenzione. “Āsana e prānayāma dovrebbero essere praticati da tutti perché rinforzano il sistema immunitario e forniscono resistenza e forza in qualsiasi condizione ambientale” (Yoga e Sport, p. 139). Il saggio Patanjali infatti diceva : “Heyaṃ duḥkham anāgatam” (Yoga Sutra, II, 19), ovvero, la sofferenza che deve ancora manifestare deve essere evitata.

Questa non è certo una critica a quanti si stanno adoperando per evitare la diffusione del nuovo coronavirus. Se il virus fosse così contagioso, allora davvero sarebbe una catastrofe globale; ma non tutti si ammalano e fortunatamente la stragrande maggioranza delle persone ammalate guariscono. Questo deve far riflettere in merito alla reazione globale di paura, che non è del tutto razionale. E’ la risposta individuale ai cambiamenti ambientali che fa sì che alcuni si ammalino e che per altri addirittura la malattia sia fatale.

Ci sono nel mondo numerose vittime innocenti per cause molto diverse dalle epidemie di influenza, che non trovano mai lo spazio nelle prime pagine dei giornali.

Se non tutti si ammalano, è merito del sistema immunitario. Guruji, proprio in occasione dell’epidemia di peste suina, suggerì una sequenza di asana e pranayama specifica per incrementare le difese dell’organismo. L’agente principale delle difese immunitarie, spiega Guruji, è il sangue dove i globuli bianchi impediscono l’invasione di microrganismi. Studi recenti hanno dimostrato gli effetti antinfiammatori dell’Iyengar Yoga; i risultati benefici della pratica costante delle posizioni capovolte sono stati studiati  dettagliatamente da Guruji.  E’ ora di provare questa pratica e studiarla meglio! Chi non è in grado di eseguire o mantenere le posizioni così a lungo, può utilizzare i supporti.

IMG_4948Pratica della mattina

Uttānāsana 5 minuti

Adho Mukha Śvānāsana 5 minuti

Prasārita Padotanāsana 3 minuti

Śirşāsana 5 minuti, più 10 minuti di variazioni

Vipārita Daņdāsana con la sedia 5 minuti

Sarvangāsana 10 minuti

Halāsana 5 minuti

Sarvangāsana variazioni 5 minuti

Setu Bandha Sarvangāsana 5 minuti

Vipārita Karani 5 minuti

Śavāsana con Viloma o Ujjay prānayāma 10 minuti

schiena8Pratica della sera

Śirşāsana 10 minuti

Sarvangāsana 10 minuti

Halāsana 5 minuti

Setu Bandha Sarvangāsana 10 minuti

Śavāsana con Viloma o Ujjay prānayāma 10 minuti

Questa sequenza è costituita interamente da posizioni capovolte o posizioni in cui la cima della testa è rivolta verso il basso. Anche chi non sa eseguire queste posizioni, può praticare ugualmente la sequenza utilizzando le corde per Śirşāsana o la sedia per Sarvangāsana. Questa sequenza era stata proposta in una situazione di emergenza, la diffusione della peste suina. 

Nella sequenza proposta in un altro testo (B.K.S. Iyengar, Yoga, A Path to holistic Health), per incrementare le difese immunitarie,  le posizioni capovolte sono precedute da Supta Badda Konasana, Supta Virasana e Setu Bandha Sarvangāsana con l’uso di bolster, ovvero in modalità molto rilassante e confortevole. Non vengono dati i tempi, che sono invece impegnativi nella sequenza proposta su Yoga Rahasya. Come sempre, Guruji voleva adeguare lo yoga all’esperienza delle persone e rendere i benefici accessibili a tutti.

Bibliografia consultata:

B.K.S.Iyengar, Light On Yoga, London 1966, in particolare pp.179-237 su Śirşāsana,Sarvangāsana e il loro ciclo.

“Building Immunity and Avoiding the Flu”in Yoga Rahasya, Compilation of articles pertaining Yoga Therapy published from 1994 to 2009, pp.143-145

B.K.S. Iyengar, Yoga, A Path to holistic Health, London 2008, pp.308-311.

B.K.S. Iyengar, Yoga e Sport, Roma, 2017, pp.139-141.

Il Gestalt Counseling incontra l’Iyengar Yoga

SABATO 16 NOVEMBRE, nuovo incontro Gestalt Counseling e Iyengar Yoga.

Dall’incontro tra Gestalt Counseling e Iyengar Yoga è nata un’esperienza che, partendo dalla pratica Yoga, invita i partecipanti a portare l’attenzione su ciò che avviene nel corpo, indagando ed esplorando anche le emergenze sensoriali, emotive ed i vissuti ad esse collegate.

La nostra postura, ogni nostra contrattura, il modo in cui ci sediamo e camminiamo nel mondo: sono tutti aspetti che raccontano il nostro vissuto. Il corpo è il nostro primo confine con gli altri e con l’ambiente che ci circonda, è il punto di partenza per conoscere chi siamo veramente, cosa vogliamo e come ottenerlo.

In che modo possiamo imparare a distinguere e comprendere i segnali del nostro corpo? Attraverso l’esperienza. Esercitandoci a sentire il corpo, a percepire ogni suo movimento, anche il più sottile, come quello legato al respiro, le sensazioni che ne derivano e, a un livello ancora più profondo, a individuare e distinguere le emozioni inespresse, retroflesse e trattenute.

gestalt violaQuesto workshop è nato da un incontro personale – quello tra Manuela Stano, psicoterapeuta e counselor, Laura Nozza, esperta di comunicazione e counselor ed Emanuela Zanda, insegnante di yoga –  e i molti preziosi punti d’incontro tra le due metodologie che nel tempo si sono rivelate complementari, oltre a ottimi strumenti di conoscenza personale e compagni di viaggio l’una dell’altra, appunto la Gestalt e lo Iyengar Yoga.

COME SI SVOLGE IL WORKSHOP
La prima parte del workshop è strutturato in una vera lezione di Iyengar Yoga, adatta a tutti, anche ai neofiti, nella quale i partecipanti sono invitati, durante la pratica, a portare l’attenzione su quanto avviene nel proprio corpo (sensazioni, emozioni ecc).
La seconda parte è invece strutturata in un lavoro di gruppo in cui tutti sono invitati a condividere la propria esperienza e sostenuti a indagare le proprie emergenze.

PERCHÉ QUESTO WORKSHOP
Nello yoga, tradizionalmente, non vi è spazio per esprimente a voce quello che accade durante la pratica. La metodologia della Gestalt sostiene l’individuo nel  riconoscere i propri automatismi (meccanismi nevrotici fonte di malessere) attraverso un lavoro di attenzione al presente. Nel qui ora non possiamo che essere presenti attraverso il nostro corpo, è in questo modo quindi che le due “tecniche” si incontrano e si sostengono reciprocamente: il lavoro di gruppo dà voce alle emergenze incontrate durante la pratica che a sua volta accende nel quei segnali che il più delle volte rimangono inascoltati.

DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI GESTALT COUNSELING E IYENGAR YOGA
Il Gestalt Counseling utilizza la metodologia della Terapia della Gestalt: un approccio fenomenologico basato sull’esperienza nel presente, sulla valorizzazione dei vissuti corporei come veicolo di conoscenza e di radicamento nel qui e ora, e sull’autenticità della relazione nell’incontro con l’altro. L’attenzione è sul vissuto, che è fatto di posture, gestualità, voce e respiro oltre che di parole ed emozioni. L’interesse è rivolto al modo in cui un malessere, un disagio o una difficoltà si esprime nel corpo, prima che al significato celato dietro a esso. Il Gestalt Counseling intende sostenere la persona a riconoscere gli automatismi dei propri schemi di comportamento, così da scegliere di abbandonare o riorganizzare quelli divenuti inefficaci, sostituendoli con modelli maggiormente funzionali, frutto di una nuova consapevolezza in divenire.

Lo Yoga, disciplina nata in India migliaia di anni fa, si propone di calmare le fluttuazioni della mente che disturbano in continuazione e ostacolano la naturale ricerca della verità. Il cammino dello Yoga si svolge con la pratica di asana (posizioni del corpo), pranayama (tecniche di respirazione profonda), meditazione. BKS Iyengar (1918-2014), il maestro che più di tutti ha lavorato per portare lo Yoga in Occidente ha insegnato ad affinare la sensibilità ed equilibrare l’azione e la percezione nella pratica yoga.

L’Iyengar Yoga è un metodo di insegnamento dello Yoga adatto a tutti, grazie  alla preparazione specifica degli insegnanti certificati e formati in modo da seguire gli allievi in base alle esigenze individuali, in modo da garantire gradualità e sicurezza nell’apprendimento, anche con l’uso di attrezzi e supporti. La pratica dell’Iyengar Yoga fa del corpo un vero strumento di studio, analisi e ed esperienza.

A CHI SI RIVOLGE- METODOLOGIA
A tutti coloro che vogliono sviluppare la capacità di riconoscere e approfondire i segnali del corpo, in un lavoro di gruppo aperto sia a chi già pratica Iyengar Yoga (o altri stili di yoga) sia ai neofiti; a chi già conosce la Teoria della Gestalt e intende fare l’esperienza del suo utilizzo in un contesto non convenzionale e protetto

DOVE: Yoga Room, Via Lombroso 6, Torino

A CHE ORA: dalle 9 alle 13

QUANDO: 16 novembre, 14 dicembre, 18 gennaio, 15 febbraio, 14 marzo, 18 aprile, 16 maggio, 13 giugno

COSTI: ogni incontro 40 euro

CHI SIAMO
Manuela Stano, Psicologa, Psicoterapeuta e Gestalt Counselor (lacasadeifunamboli.it).
Laura Nozza, Communication Specialist e Gestalt Counselor.
Emanuela Zanda, Insegnante certificata Iyengar Yoga (yoga-in-giro.blog).

INFO E PRENOTAZIONI
I posti sono limitati (massimo 8 persone), la prenotazione è obbligatoria chiamando il numero 3493408033 (Laura). Il workshop sarà confermato al raggiungimento delle iscrizioni necessarie. Le date possono subire variazioni.

Attualità dello Yoga (Dal Festival dell’Oriente)

Perché milioni di persone fanno yoga? Che cosa spinge, in tutto il mondo, così tanta gente verso una disciplina antica e nata in un contesto tanto diverso, geograficamente e storicamente? Le persone che oggi “praticano yoga” hanno consapevolezza di continuare una tradizione millenaria, o seguono semplicemente una moda nell’ambito del fittness, come prima è stata la danza moderna o l’aereobica?

Cercando di raccogliere le idee per la mia conferenza nell’ambito del Festival dell’Oriente di Torino 2019, mi chiedevo se questa curiosità fosse solo mia personale o potesse interessare il pubblico. Io sono stata archeologa prima che insegnante di yoga e ho passione per la storia, anche se purtroppo non conosco il sanscrito e non posso così accedere alle fonti dello yoga “di prima mano”. Alcune persone che praticano yoga dicono di non avere tempo di studiare filosofia, rendendosi conto della difficoltà del tema e della distanza che separa la nostra cultura da quella dei testi yoga: lo yoga, d’altro canto, va praticato e non soltanto studiato sui libri e questo atteggiamento quindi è ben comprensibile e fondamentalmente corretto. Invece gli studiosi (occidentali) di storia delle religioni o di filosofia indiana spesso fanno notare con un po’ di sufficienza che la pratica di asana e un po’ di pranayama, come si usa oggi, è qualcosa di diverso dalla pratica degli yogi di duemila anni fa. Io penso che le due posizioni abbiano entrambe qualche ragione, ma se lo yoga è così popolare oggi occorre cercare i punti di incontro tra la filosofia e la pratica.

Quando si ascoltano lezioni di insegnanti e maestri indiani sembra tutto facile; per loro la sapienza non può essere altro che “olistica”. E’ evidente che corpo, mente e spirito devono essere conosciuti e trasformati con la pratica yoga, questo è l’unico vero obbiettivo. Ma quando si torna “a casa”e si lascia l’India alle spalle, l’impatto può essere disturbante e la realtà degli studenti e insegnanti yoga pare ben diversa. Soltanto l’individualismo, la razionalità e la “scientificità” sembrano trovare posto nella nostra cultura, il resto può essere anche benefico (nessuno nega che lo yoga faccia bene alla salute!) ma la serietà del sapere è considerata altra cosa e questo sapere richiede profonde specializzazioni. Ci si trova in un mondo “dualistico” in cui ogni cosa deve essere esaminata “oggettivamente” “scientificamente” e “razionalmente”. Secondo lo yoga invece, come afferma Prashant Iyengar, occorre osservare oggettivamente noi stessi, non soltanto il corpo, ma i pensieri e le sensazioni.

Mi trovavo appunto a riflettere su questi temi quando ho trovato un articolo di Zubin Zarthoshtimanesh, un fantastico insegnante della scuola di BKS Iyengar. Ho avuto il privilegio di seguire le sue lezioni a Mumbai e in Italia e Zubin sa mettere insieme la maturità della riflessione con un insegnamento preciso e coinvolgente. “Oggi la tecnologia ha reso molte cose più facili, ma per accedere alla complessità del nostro vero essere, la scienza e l’arte dello Yoga sono ancora insuperate” dice Zubin. Se vogliamo usare un linguaggio attuale possiamo pensare alle pratiche yoga come alle “app” che ci permettono di accedere a nostre funzioni dell’interiorità sconosciute o quasi. Il nostro mondo interno è troppo complicato; in occidente si preferisce ignorarlo e rivolgersi all’esterno dove tutto pare molto più interessante, accessibile e coinvolgente.

Con le asana possiamo imparare il funzionamento del nostro corpo, non soltanto dal punto di vista fisico ma anche mentale. “Capisco bene i limiti del corpo” era solita dire Geetaji Iyengar nelle sue lezioni, “ma i veri limiti sono nella mente”. Lo yoga insegna infatti al praticante come comprendere le connessioni tra la mente, il corpo e il respiro. Lo stato mentale yogico è sereno, chiaro, passivo e queste qualità migliorano mano a mano che si continua la pratica in una sequenza di asana, e giorno dopo giorno.

Se si esegue una qualsiasi attività sportiva, ragiona Zubin, si usano determinate parti del corpo per ottenere le performances volute. Se si praticano gli asana, si vanno a conoscere le parti del corpo e si impara come la mente può agire su di esse. Se si studia anatomia o fisiologia, si impara a conoscere il corpo fisico, ma non il suo collegamento con la mente, con i sensi, con il respiro. Questo è il motivo per cui lo yoga è la disciplina più “olistica”.

Secondo gli Yoga Sutra di Patanjali, lo yoga è costituito da otto “stadi” o “rami” che di solito sono intesi come tappe di un percorso; ma la ricerca approfondita di sè non è un percorso lineare, prosegue Zubin. La maggior parte degli occidentali inizia con la pratica degli asana; in questo modo si impara a comprendere la stabilità del corpo, il suo funzionamento, la pazienza e la dedizione richiesta da una sua più approfondita conoscenza Si inizia dal corpo fisico, la parte più accessibile, il sistema scheletrico e muscolare. Non è necessario studiare tanto la filosofia per comprendere questi obbiettivi e quindi questo percorso interessa oggi moltissime persone. Sta poi alla volontà individuale proseguire . L’antico Patanjali è quindi incredibilmente moderno perché riconosce in modo chiarissimo che sta al singolo essere umano usare la pratica e la “rinuncia” (ad altri impegni mondani alternativi) per proseguire sulla strada della conoscenza yogica. Alla fine, paradossalmente, non c’è niente di esoterico nella ricerca delle profondità del sè.

BKS Iyengar diceva che la filosofia Patanjali è un argomento pratico, non teorico. Come tutta la materia è una forza dinamica, anche lo yoga è una forza dinamica, vivente. Le sue trasformazioni attraverso il tempo, dall’India dei primi secoli della nostra era fino ad oggi, sono avvenute in modo coerente, senza perdere la specificità e l’originalità del messaggio. Il suo attuale, enorme successo va visto solo in modo positivo e sta a noi utilizzare al meglio questa grande risorsa.

Sviluppare tolleranza attraverso lo yoga

di Zubin Zarthoshtimanesh

Oggi che lo yoga è diventata un’industria miliardaria e che promette di correggere e migliorare qualsiasi aspetto dell’esistenza, dai problemi fisici alle conseguenze di stili di vita disordinati, è ancora più importante comprendere il suo vero  potenziale e vedere come sviluppare non soltanto la salute del corpo fisico, ma anche tolleranza e saggezza.

L’essere umano “sociale” è una creatura piuttosto tollerante (ndr: e il suo successo sul pianeta dipende proprio dalla sua adattabilità). Tutti noi sopportiamo parecchio nella vita, ma questo non significa che stiamo evolvendo. La tolleranza deve essere unita ad altre qualità come la pazienza, l’autocontrollo, la serenità, la calma, il perdono, la conoscenza, la determinazione e la compassione.

bhishma-ashtamiQuesto è spiegato dalla storia della vita di Bhisma, uno dei più popolari eroi della mitologia indiana. Voi conoscete l’incrollabile voto che Bhisma fece nel Mahabharata: decise che non si sarebbe mai sposato e alla fine rinunciò ai suoi diritti al trono del regno di Hastinapura. Chi conosce la storia sa bene che Bhisma non soltanto tollerò la sua vita così come si era votato a condurla, ma compì scrupolosamente ogni suo dovere. Anche nella Gita si ricorda che non dobbiamo essere legati ai risultati e ai frutti delle nostre azioni: la cosa più importante è che la qualità dei risultati o dei frutti non sia compromessa in alcun modo. Non essere attaccato ai frutti, e l’albero produrrà, con una incrollabile perseveranza, i frutti della qualità più alta.

Dobbiamo non soltanto imparare a tollerare, ma anche trasformare questo “sopportare” in modo tale che ci porti ad uno stato differente e più elevato. Sul letto di morte (un letto di frecce!) Bhisma recitò uno straordinario commentario sulla filosofia, la morte, la vita, che ci è pervenuto sotto il nome di Shanti Parva, il XII libro del Mahabharata. Quindi la sua tolleranza, lungi dal provocare amarezza,  lo portò all’evoluzione fino allo stato di sthitapragnya (ottenimento della più completa saggezza). Come sapete, anche noi siamo in grado di sopportare grandi dolori, però poi cosa succede subito dopo? Crolliamo  e alla prima occasione siamo capaci di esprimerci in modo supercritico, impaziente e offensivo.

Ci può essere un esempio più grande di Gesù Cristo? Non soltanto sopportò dolore fisico e umiliazione, ma si rifiutò di criticare i suoi aguzzini persino sulla croce: “Perdonali, Signore, perché non sanno quello che fanno!” .

Questo principio è molto importante per capire il concetto di tolleranza. Essenzialmente, alla fine una persona diventa intollerante perché “non sa”.  In altre parole, la conoscenza (jnana) è di grande importanza. Studiare per un esame è un tipo diverso di conoscenza rispetto alla conoscenza di vita. La conoscenza spirituale inizia dove termina l’educazione “ufficiale”. Nella vita, non è solo l’evoluzione intellettuale ma anche la conoscenza del cuore che rende le persone evolute, sensibili e consapevoli come esseri umani.  L’intelligenza delle emozioni è immortale, ampia e forte. L’intelligenza intellettuale (vitarka e vichara) cresce come l’albero delle noci di cocco: benché molto alto, non riesce a fare ombra a chi è sotto.  Invece l’intelligenza delle emozioni, essendo forte e grande, accoglie,  offre riparo, e aiuta molte persone con la compassione e l’amicizia. Ed è questa la ragione per cui, in tutte le le culture,  la tolleranza è definita come il punto di partenza per la spiritualità.

Il saggio Patanjali, che si dice sia vissuto 2000 anni fa, ha riassunto l’antica saggezza con l’emancipazione del sé nei 196 Yoga Sutra, letteralmente “fili” di saggezza logica.  Nella prima parte, Patanjali afferma “maitri, karuna, mudita, upekshanam sukha duhkha punya apunya visayanam bhavanatah citta prasadanam” (YS,  I, 33). In questo sutra, Patanjali elenca le qualità che occorre coltivare per sviluppare l’intelligenza del cuore: amicizia, compassione, contentezza, indifferenza. Queste qualità devono essere in equilibrio con lo sviluppo in verticale dell’intelligenza intellettuale, portata da vitarka, vicara, ananda e asmita (pensare analitico, ragione, felicità, senso dell’io). Quindi, la tolleranza, nella terminologia dello yoga, è la somma di:  amicizia, compassione, contentezza e indifferenza con il “senso dell’io”, che agisce da contrappeso. Patanjali ci insegna come evitare l’esaltazione dell’auto realizzazione –atma darshana- e come mostrare indifferenza per questo.

Tolleranza non è il semplice sopportare un nemico sgradevole; occorre gradualmente coltivare il sentimento con il quale le qualità ricordate possano sviluppare l’intelligenza delle emozioni per progredire nella consapevolezza del sé. Quindi inizialmente si svilupperà la tolleranza, ma gradualmente si dovranno sviluppare anche le qualità della compassione e della contentezza, in modo che la tolleranza e l’accettazione diventino la naturale condizione dell’essere.

La tolleranza può anche essere compresa attraverso i tre gunas. Limitarsi a tollerare qualcosa può essere tipico di tamas. Per esempio, molte persone dicono di tollerare il dolore, ma subito diventano sconfortate e di cattivo umore. Arriva la qualità di rajas: è come la madre che tollera il suo bambino, ma lo educa in modo molto severo per la sua educazione e sviluppo. Una natura “sattvica” consiste nel semplice continuare a vivere secondo il proprio dharma (disponibilità verso i propri doveri). Ma prima occorre trovare la propria strada e seguirla con costanza. Prendete cosa avvenne nel 1948, quando Gandhi intervenne nei disordini nella piccola città di Noakhali nel Bengala. Fu chiamata la polizia ma non riuscì a fermare la rivolta.  A quel punto Gandhi arrivò sul posto, era una situazione incontrollabile. Ma la sua sola presenza funzionò. Fu dichiarata la tregua subito e la pace continuò fino oltre alla sua morte. Quindi un santo non si limita a tollerare, ma sprigiona calma dal suo interno; così la tolleranza diventa una realtà anche per gli altri.

Coltivare la tolleranza attraverso le Yogasana

Le asana e il pranayma che impariamo e pratichiamo nello yoga hanno la potenzialità di sviluppare in voi qualità come la tolleranza, la pazienza, l’osservanza dei doveri e altre virtù. Ma il problema è che noi ci concentriamo solamente sull’obbiettivo dei benefici (fisici) degli asana. Per esempio, molti praticano yoga per perdere peso, per vincere la pigrizia, o per combattere il diabete. Ma rimanere in asana come Sirsasana o Halasana vi può aiutare a sviluppare capacità di sopportazione, calma e pazienza. Setubandha Sarvangasana non soltanto rigenera il cervello, ma vi regala quiete interiore. Infatti ogni pratica di purificazione, lavora attraverso i panchakosas.  Cosa sono i panchakosas? Secondo la filosofia yoga, siamo divisi in panchakosas, i cinque strati del séanamaya (corpo fisico), pranamaya (corpo energetico), manomaya (strato psicologico), vijnanamaya (strato dell’intelligenza) e infine  anandamaya (corpo di beatitudine).

Spesso la nostra pratica resta limitata a anamayakosa. La bellezza dello yoga e degli asana che pratichiamo ci danno modo di accedere ai livelli superiori della mente e delle emozioni attraverso ogni parte del corpo.  Qualcosa di molto fisico come lo stirare le ginocchia o l’aprire il torace con le posizioni indietro non ha solo un impatto fisico ma trasforma la vitalità della mente. Questo è il motivo per cui gli asana devono essere eseguiti in modo tale da integrare con piena consapevolezza il corpo, la mente, il respiro e i sensi.

Patanjali dice “Balesu hasti baladini,” (YS, III, 25), che significa che con il samyama, lo yoga svilupperà la resistenza fisica e la forza di un elefante. Come sapete, gli elefanti, oltre alle loro caratteristiche fisiche, sono riconosciuti per la loro memoria e tolleranza. La forza è di solito intesa dal punto di vista fisico, ma l’elefante è il perfetto simbolo anche della pazienza. Quindi, dobbiamo imparare a penetrare i nostri kosas attraverso la pratica yoga per acquisire forza e resistenza, da vari punti di vista.

Zubin Zarthoshtimanesh ha studiato sin da quando era ragazzo con BKS Iyengar. Ringrazio Zubin per aver consentito la traduzione. Questo articolo era stato pubblicato sul sito dell’Associazione Iyengar Yoga degli Stati Uniti. 

 

 

 

Asana/Yama: “non fare” nello yoga

Ahimsa Satyasteya Brahmacharya Aparigrahah Yamah (YS, II, 30)

Non violenza, veridicità, astenersi dal rubare, continenza e assenza di avidità per i beni materiali al di là delle proprie necessità sono i cinque pilastri di  yama (Iyengar, traduzione di G. Giubilaro)

Le astensioni (yama) sono: non nuocere, non dire falsità, non rubare, non compiere attività sessuale, non trattenere nulla per sè (Squarcini)

Questo seminario (28 ottobre2017) dedicato ad Asana e Yama (l’immagine in copertina  viene di qui)  prosegue la serie già iniziata la scorsa primavera, in cui sono state proposte sequenze ispirate da alcune “parole chiave” degli Yoga Sutra: la stabilità, il distacco, l’ardore, il coraggio, la conoscenza.

Prosegue soprattutto la materia del seminario su Asana/Dhyana in cui erano state studiate le posizioni “originarie” dello yoga in quanto utilizzate, secondo alcuni commentatori, soprattutto per la meditazione.

Poiché gli Yama sono a capo dell’elenco degli otto “anga”,  si può dedurre che la dedizione alla pratica yoga non sia matura sino a quando gli yama non sono entrati a far parte del comportamento e della pratica di vita individuale. Iyengar, nella sua introduzione agli Yoga Sutra con la traduzione e commento di Edwin Bryant,  ha osservato che yama e nyama costituiscono il percorso della  “pratica”, ovvero occorre praticare yama e nyama per controllare  le fluttuazioni della mente.

La non violenza (ahiṁsā) é stata la parola d’ordine di Gandhi ed è il grande messaggio che l’India ha regalato al resto del mondo. Se Yama costituiscono la radice dello yoga (infatti sono menzionati per primi), ahiṁsā é la radice di Yama. Non danneggiare alcun essere vivente significa anche avere un rapporto corretto con l’ambiente che ci circonda, e con noi stessi.

La verità (satya) il secondo yama, ha a che fare con il corretto processo di apprendimento e di vera conoscenza. La parola deve essere sempre usata a fine di bene e di verità e la verità non deve essere usata con brutalità, ma con gentilezza. Si può dedurre che anche l’ascolto deve essere onesto e attento, rivolto a migliorare la conoscenza spirituale: anche questa è una indicazione per la pratica degli asana.

Non rubare (asteya), il terzo yama, è descritto come non appropriarsi di cose altrui e nemmeno desiderare di farlo. Questo ultimo aspetto è importante , come avevano già suggerito i primi commentatori, perché più si desidera qualcosa, più si è tentati di appropriarsene con ogni mezzo. Non c’è bisogno di ricordare che l’invidia è una malattia perenne, contagiosa in ogni ambiente e ogni periodo storico: è talmente comune che vale la pena di tenere a mente che gli yama sono una “pratica”,  un astenersi da….

Non avere desiderio smodato (brahamacarya) si riferisce non solo  alla sfera sessuale, ma può benissimo riferirsi al cibo, e a molte abitudini di vita che ci vogliono assuefatti.

Rinunciare all’avidità è non attaccamento (aparigrahah). La Bhagavad Gita insiste molto su questo punto, e il non attaccamento è anche ai risultati delle proprie azioni.

ocean-of-life
Come interpretare gli yama per la pratica degli asana? Gli studenti di yoga (soprattutto quelli intermedi ed avanzati! E gli insegnanti ancora di più) non resistono alla tentazione di vedere gli asana come una sfida. Non c’è niente di male in questo perché è sempre necessario mettersi alla prova, non fare di più di quello che si è in grado di fare, ma nemmeno di meno, altrimenti prevale la pigrizia. Tuttavia,  come bene spiega nelle sue lezioni Prashant Iyengar, è facile cadere nella logica del “fare”: fare la pratica, fare gli asana, fare il pranayama, fare meditazione, fare dieci minuti di sirsasana più le variazioni ecc.

In una  pratica matura degli asana si dovrebbe aver superato il semplice “fare” per chiedersi che cosa “fanno” gli asana per noi: e qui si aprono molte risposte ed anche molti interrogativi.

Praticare gli asana tenendo presente Yama significa non identificarsi con le proprie fluttuazioni (YS, I, 4), ma porsi in ascolto con la massima onesta ed equanimità possibile: equilibrare il lato destro e il sinistro, la parte anteriore e quella posteriore, la parte volitiva e quella pigra, la parte onesta e quella che vorrebbe “rubare” energia.

B.K.S. Iyengar ha osservato, a proposito della pratica degli asana, che la flessibilità che si ottiene è il simbolo della flessibilità che si raggiunge rispetto ai problemi e alle sfide della vita: non è l’ambiente esterno che si deve continuare a modificare -e questo richiederebbe spesso il ricorso alla violenza, menzogna, furto di risorse, desiderio smodato, avidità- ma è lo studente di yoga che si deve continuamente riequilibrare internamente ad ogni livello, fisico, emozionale e mentale.  Diversamente, la pratica degli asana, da sola,  sarebbe soltanto ginnastica.

E’ evidente la potenza grandissima dei cinque Yama, capaci da soli, nella pratica corretta, di permettere il raggiungimento dello scopo dello yoga. Non si tratta certo di un primo passo ma forse del più difficile: fortunatamente esistono gli altri “anga” tra cui gli asana, la cui pratica è più facilmente accessibile per noi e che quindi possiamo coltivare con particolare attenzione ai precetti di Yama.

Ed ecco una possibile sequenza di posizioni tutte supportate, che vanno eseguite in modo  da ascoltare le sensazioni del corpo rispetto al supporto. Si tratta di posizioni piuttosto semplici in quanto devono spronare non “il fare”,  ma il “non fare”, l’ascoltare, lo spegnersi delle fluttuazioni, il punto di vista dell’osservatore esterno.

supta tadasana

supta urdhva hastasana

supta pavana muktasana

supta padangustasana 1 e 2. Nel portare la gamba lateralmente, ascoltare dove andrebbe il peso se non contrastato, e ruotare l’ombelico e il torace in direzione opposta.

urdhva prasarita padasana con le gambe a 90° e la cintura.

jatara parivartanasana

img_4256.jpgvajarasana con la cintura alle caviglie

ardha parsva hastasana (v. foto) la mano contro il muro nelle 4 direzioni. Ascoltare un minuto per posizione e per parte.

utikatasana dita al muro

img_42561.jpgutthita trikonasana con il piede dietro al muro. Ruotare ombelico e torace verso il muro, come in supta padangustasana laterale.

utthita parsvakonasana piede dietro al muro

ardha chandrasana piede dietro al muro

parsvottanasana

adho mukha svanasana mani sui mattoni nelle varie direzioni

sirsasana

paschimottanasana mani su due mattoni

marichasana 1

paschimottanasana idem

marichasana 3

paschimottanasana capo supportato

img_42562.jpghalasana con i piedi al muro. Spingere la pianta dei piedi. Estendere le mani in direzione opposta su due mattoni con i palmi verso il basso e verso l’alto.

savasana

 

Bibliografia consultata:

B.K.S. Iyengar, Gli antichi insegnamenti dello Yoga. I Sutra del grande maestro Patanjali, 1997

Taimni I. K. La scienza dello Yoga. Commento agli yogasutra di Patanjali, 1970

Patanjali. Yogasutra, a cura di Federico Squarcini, 2015

E.F. Bryant, The Yoga Sutras of Patanjali. A New Edition, Translation and Commentary, 2015

C. Pisano, Virasamavesa, La contemplazione dell’eroe, 2011 (in particolare la sequenza alle p. 385-389)

 

 

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