riprendono le lezioni di filosofia yoga su zoom

Dopo una lunga pausa, sono molto contenta di riprendere le lezioni di filosofia yoga su zoom, ogni lunedì sera, dalle 19 alle 19.45 circa. Come lo scorso anno, la partecipazione a queste brevi lezioni è gratuita e aperta a tutti gli studenti di Iyengar Yoga e anche a chi semplicemente è curioso a proposito dello yoga. Basta scrivermi un messaggio a emanuelazanda@virgilio.it per ottenere il link di ingresso alla riunione zoom

Lo scorso anno abbiamo letto insieme buona parte degli Yoga Sutra di Patañjali; la lettura è stata sicuramente molto istruttiva, soprattutto per me che ho dovuto preparare queste lezioni, ma forse un pochino tecnica per chi aveva ancora poca dimestichezza con i testi e il vocabolario dello yoga. Quest’anno ho quindi pensato, approfondendo un tema iniziato nella nostra recente bellissima vacanza di studio in Sardegna, di concentrami sulla “mente yogica” ovvero la definizione della mente per lo yoga, e come trasformare la mente “sensuale” in mente “yogica”.

Il riferimento costante sono gli scritti di BKS Iyengar e, quando possibile, una lettura ed analisi delle fonti citate dal Maestro, in modo da distinguere costantemente tra le fonti di prima e seconda mano: argomento questo sempre spinoso, ma particolarmente importante parlando dello yoga.

Mi auguro che riflettere sulla filosofia yoga aiuti soprattutto la pratica e permetta di capire meglio l’insegnamento dell’Iyengar Yoga.

Le lezioni si svolgeranno su zoom il 15, 22, 29 novembre; 6 e 13 dicembre alle 19. Non è prevista la registrazione.

La mente yogica (una vacanza studio in Sardegna)

Alla conclusione di un bellissimo viaggio di studio in Sardegna, l’argomento scelto per le conversazioni di filosofia, “La mente yogica” si è rivelato davvero felice, come se il grande Maestro BKS Iyengar ci avesse suggerito di volta in volta le parole giuste per aiutare ogni praticante nel suo percorso. L’alternarsi di lezioni di pranayama, asana e filosofia yoga ha aiutato tutti ad entrare più in profondità in questo immenso campo di conoscenza. Ha aiutato me soprattutto, l’insegnante, ad integrare i diversi aspetti dello yoga e a cercare le espressioni più semplici e dirette per agevolare la comprensione. Il luogo scelto per il nostro viaggio ha certamente fatto sì che lo studio si svolgesse nelle condizioni ottimali: la confortevole ospitalità dell‘hotel Sandalyon, a San Teodoro; la stagione non più di affollamento dei luoghi e delle spiagge, il tempo variabile ma per lo più soleggiato, la presenza di una “sala yoga” con il cielo al posto del tetto, ma riparata dal vento…

La mente sfugge alla nostra comprensione come il mercurio sfugge dalle dita. Sentiamo che è vicina a noi ma non riusciamo ad afferrarla. L’idea comune occidentale che la sede della mente sia il cervello accresce la confusione. YS, III.34: hṛdaye citta-saṁvit, ovvero [Con il saṁyama] sul cuore, nasce la conoscenza della mente. Che cosa è saṁyama? E’ l’insieme delle fasi più elevate del percorso dello yoga, dalla concentrazione alla meditazione. Ma noi possiamo benissimo intenderlo come pratica yoga e basta. Non per nulla esistono āsana che portano la cima della testa in basso, mantenendo il torace aperto. Nel suo testo “Yaugika Manas. Know and realise the yogic mind” (Mumbai, 2010), BKS Iyengar ci accompagna in un viaggio affascinante sul come la pratica yoga cambi l’atteggiamento mentale e permetta di avvicinarsi alla realtà della mente. Normalmente, la mente è condizionata dalle impressioni dei sensi che creano esperienze di gioia e dolore, di esaltazione e depressione. La confusione peggiora quando non si comprende che il nostro punto di vista di essere umano è molto limitato; eppure l’io, che fa parte della mente, si sente al centro dell’universo e quindi patisce una sensazione di continua frustrazione o prigionia.

YS, II.1: tapaḥ-svādhyāyeśvara-praṇidhānāni kriyā-yogaḥ, ovvero Kriyā-yoga, il cammino dell’azione, è costituito da autodisciplina, studio e devozione al Signore. Guruji aggiunge: con la pratica dello yoga, la mente può essere allargata, estesa, stirata, allungata, focalizzata, concentrata. L’attenzione necessaria alla pratica degli āsana poco per volta ci insegna tutto questo, a condizione di praticare con disciplina, passione e devozione. Cosa vuole dire devozione in questo caso? Vuole dire fiducia in uno scopo più alto, al di là del semplice esercizio fisico. Lo scopo più alto è il trascendere la condizione della mente individuale, che è legata alle continue modificazioni del mondo naturale. Per quanto riguarda la mente, le continue modificazioni le possiamo sentire nel variare continuo dello stato mentale e dalle “fluttuazioni” che, al di là della nostra volontà, disturbano la quiete. Le affermazioni di Patañjali si basano su un preciso sistema filosofico, il sāṅkhya. Secondo questa antica filosofia dell’induismo ortodosso, l’intelligenza cosmica diventa intelligenza individuale e l’energia cosmica diventa energia individuale. L’essere umano comunica con l’esterno grazie ai cinque sensi, ai cinque organi di azione e cinque organi di percezione. La mente si trova così al centro di un sistema complesso e può essere attirata, come da una calamita, dai piaceri dei sensi oppure dalla propria vera natura spirituale.

Lo studio della filosofia yoga, alla fine, sta nello studio della mente che è al centro delle due realtà, il mondo naturale e il mondo spirituale. Aveva colto bene Roberto Calasso spiegando la filosofia degli antichi rishi che “udirono” la sapienza direttamente da Brahman: “L’unico pensiero è il riconoscimento che l’esistenza dell’universo è un fatto secondario e derivato rispetto all’esistenza della mente” (Ka, Milano, 1996, pp.205-206). Infatti fa parte della stessa sapienza “udita”, un’altra fonte cui BKS Iyengar fa spesso riferimento, la Taittirīya Upanishad, un testo la cui origine (quale sapienza orale) si fa risalire alla prima metà del primo millennio a.C. In questo testo si racconta la teoria dei kosha, gli strati che avvolgono l’anima, o Atman, la versione individuale di Brahaman. In questo nucleo profondo esistono tre livelli denominati nell’insieme ananda-maya kosha, o livelli di beatitudine. Questi sono avvolti da Vijñãnamaya kosha, o livello dell’intelligenza. Si tratta della parte più evoluta della mente, a diretto contatto con i luoghi dell’anima. L’intelligenza è avvolta dalla mente, o manomaya kosha, che riceve le impressioni dagli organi di azione e organi di percezione. La mente è avvolta dallo strato energetico-fisiologico o pranamaya kosha. l’insieme delle fonti di energia individuale che nutrono la persona fisica. L’energia individuale è avvolta dallo strato materiale in senso stretto, muscoli, ossa e articolazioni. Il testo delle Upanishad ne parla come “livello del cibo”. Si chiama annamaya kosha.

il nostro Guru, BKS Iyengar ha studiato tutta la vita i rapporti corpo e mente per insegnare agli occidentali, che hanno difficoltà a comprendere questa filosofia, come attraversare gli strati dell’essere umano proprio partendo dal corpo. Iyengar amava ricordare un sutra in cui si spiega che con la pratica degli āsana, il dualismo tra mente rivolta all’esterno e all’interno viene superata: II.48 tato dvandvānabhighātaḥ, in questo modo non si è afflitti dalla dualità degli opposti, e “questo modo” è la pratica degli āsana (se correttamente eseguite), ovvero posizioni stabili e confortevoli, perché lo sforzo che normalmente viene generato dalle impressioni dei sensi è annullato dalla “meditazione in azione” che permette di riassorbire all’interno le sensazioni del corpo. Con gli āsana si integra il lavoro degli organi di azione con gli organi di percezione,  la mente, l’intelligenza e la consapevolezza. Con la nostra pratica abbiamo sperimentato, ci siamo esercitate a sentire questo. Se si tratta il corpo come un oggetto si percepisce sforzo, ma se lo stesso corpo diventa il soggetto, l’anima o «vero sé» si riunisce al corpo. Il percorso dello yoga è un percorso verso l’interiorità e il controllo delle fluttuazioni; così la pratica trasforma il corpo e la mente.

La spiaggia Isuledda

La vacanza studio è stata piacevole e proficua perché eravamo un bel gruppo: Isa, Clara, Franca, Laura, Angela, Luciana, Caterina, Dianella, Silvana, Anna, Margherita, Gavino. Un grazie speciale alle colleghe Alessandra Belloni e Maria Antonietta Cugusi per la loro partecipazione….a presto!

La pratica personale nello yoga. Alcune riflessioni

Abbiamo dimenticato le lezioni “in presenza”, condivise e affollate di tante persone. Chissà quando sarà possibile praticare di nuovo con i tappetini uno vicino all’altro. Ci siamo abituati a seguire le lezioni da remoto, che hanno pregi e difetti. Ma chi pratica yoga regolarmente ha sicuramente approfondito il discorso della pratica personale: all’inizio con le sequenze per il sistema immunitario, poi con il pranayama e la meditazione, poi in modo di continuare l’aggiornamento anche per essere abbastanza “freschi” da poter fare lezione da remoto. Almeno, così ho fatto io, con tanti altri insegnanti.

In questo periodo difficile, è necessario motivare le persone a coltivare la loro pratica personale. Chi non ha mai praticato da solo dovrebbe iniziare, e chi pratica solo qualche volta dovrebbe essere più costante. Chi già pratica dovrebbe aggiungere il pranayama e la meditazione regolarmente. Lo yoga è un percorso e va incrementato. Siamo fortunati ad avere questo strumento per rendere il corpo più adattabile e forte, la mente più flessibile e rilassata. Di spirito di adattamento, in questo periodo, c’è grande necessità. E anche di salute, fisica e mentale.

Che cos’è esattamente la pratica personale nello yoga?

Gli Yoga Sutra rispondono molto chiaramente a questa domanda: II.1 tapaḥ-svādhyāyeśvara-praṇidhānāni kriyā-yogaḥ, Kriyā-yoga, il cammino dell’azione, è costituito da autodisciplina, studio e devozione al Signore. Possiamo intendere benissimo Kriyā-yoga con pratica personale, l’azione, quello che si fa tutti i giorni. Ora, autodisciplina e studio non hanno bisogno di essere spiegati: senza autodisciplina non c’è alcuna azione, nessuna pratica; per lo studio esistono infiniti testi, libri, siti internet, lezioni registrate, video: l’imbarazzo della scelta.

Invece, devozione al Signore richiede una spiegazione per evitare equivoci. Secondo la filosofia indiana l’uomo NON è il centro dell’universo, ma partecipa della immensità dell’universo. La sua finalità è il distacco dalla condizione di instabilità e sofferenza del mondo in cui viviamo, dove ogni azione ha una causa e un effetto. Questo è difficile da comprendere per gli occidentali perché la nostra filosofia occidentale è esattamente l’opposto, è rivolta alla valorizzazione dell’individuo singolo, della sua libertà di scelta, dei suoi diritti, del suo percorso intellettuale.

Quindi per praticare yoga con profitto occorre per prima cosa avere consapevolezza che il nostro obbiettivo non è quello di dimostrare qualcosa, ma di raggiungere uno stato di salute, fisica e mentale; non si tratta di fare semplice esercizio fisico o di assumere un atteggiamento competitivo, anche con noi stessi. Poiché si tratta di un principio che esula dalla nostra formazione e cultura occidentale, non è facile da acquisire. Nella pratica yoga è utile avere un atteggiamento umile, da osservatore.

“Il corpo è il mio tempio e le asana le mie preghiere” (BKS Iyengar): c’è qualcosa di ritualistico nella ripetizione delle posizioni, delle sequenze, il nostro corpo e la nostra mente devono diventare una materia di studio. Al limite, la pratica non è qualcosa che “si fa” ma che “accade”

Dove, quando e per quanto tempo praticare

Queste sono indicazioni che si trovano sui libri prima delle sequenze. Però sono anche gli aspetti su cui spesso gli studenti si bloccano, quindi vale la pena di dedicare qualche parola o leggere un libro sull’argomento. Si può praticare dovunque, ma per una pratica regolare e disciplinata il posto migliore è casa propria, e in particolare un luogo della propria casa da dedicare esclusivamente alla pratica. Non è necessario tanto spazio, bastano pochi metri quadri vicino ad un muro libero. Abbiamo a volte la casa piena di oggetti inutili, quindi occorre fare delle scelte e liberare un po’ di posto. Per quanto riguarda il tempo, il momento migliore è il mattino, dopo aver preso un tè o un caffè ma prima della colazione. Per chi non ha mai praticato da solo, se si riesce a dedicare 30-40 minuti, è un ottimo inizio.

In che cosa consiste esattamente la pratica

E’ meglio che siano gli Yoga Sutra a spiegarlo con gli otto “anga” dello yoga

I tre “anga” principali, con riferimento all’Iyengar Yoga, sono asana, pranayama e dhyana. Questo è quello che andrebbe praticato regolarmente, quotidianamente. Se siete un principiante, che non ha mai praticato da solo, chiedete al vostro insegnante. In questo caso, 15 minuti al giorno di asana attive, 10 di asana passive e 5 di savasana può essere un buon inizio. Savasana sostituisce il pranayama e la meditazione.

Se siete uno studente intermedio, che pratica Iyengar Yoga da più di due anni ma che ancora non si è consolidato nella pratica personale, cercate delle sequenze adatte al vostro livello e divertitevi a comporne delle nuove. In questo caso 30 minuti di asana attive, 10 minuti di asana passive compreso savasana, 10 di pranayama e 10 di meditazione è lo schema giusto. Se non avete un’ora al giorno da dedicare alla pratica, privilegiate il pranayama e la meditazione sugli asana, che si potranno anche eseguire a giorni alterni.

Non tutte le persone hanno lo stesso livello di energia, rispettate il vostro e non fate di più di quello che potete, ma nemmeno di meno. La pigrizia è il peggior nemico della pratica personale. Dedicate questo tempo ad osservarvi dall’esterno, osservate il corpo, la mente e il respiro. Usate un timer per il tempo in cui decidete di stare in un determinato asana. Osservate soprattutto il momento in cui la mente si “irrita” per la noia o la fatica e cercate di capire dove nasce questa reazione. Forse in quel momento il corpo, la mente e il respiro hanno avuto difficoltà ad andare d’accordo “come i componenti di una famiglia”.

Praticare da soli è diventare “maestri” di se stessi. Il Maestro è il guru, chi porta dal buio alla luce; l’insegnante trasmette semplicemente delle informazioni. Ma se praticate da soli, il vostro compito non è di trasmettervi informazioni, ma di auto-accompagnarvi in un percorso. Potete cambiare insegnante, ma voi sarete sempre il vostro guru.

L’augurio è che la pratica personale dello yoga contribuisca ad un percorso verso la luce….

Come gli Yoga Sutra di Patañjali ci possono aiutare proprio ora

Ogni lunedì alle 19, per circa quaranta minuti, ho il piacere di leggere e commentare con i miei allievi e gli appassionati di yoga che lo desiderano qualche sutra degli Yogasutra di Patañjali. L’iniziativa, che è nata quest’autunno, si è rivelata particolarmente adatta alla comunicazione on line a cui tutti abbiamo dovuto adattarci.

In questo momento speciale e difficile, le parole di saggezza dello Yoga sono quanto mai attuali e sembrano persino più facili da comprendere. La difficoltà più grande nelle circostanze presenti è quella di disciplinare la mente, che ama correre liberamente dietro i propri desideri o si chiude e si crogiola nelle paure. La mente preferirebbe magari cercare un capro espiatorio di fronte alla pandemia (un “complotto”) oppure negare l’evidenza e pensare che si tratti di un brutto sogno. Gli ostacoli che Patañjali chiama kleśa sono esattamente quelli che si frappongono tra la nostra mente e la possibilità di valutare lucidamente e con ogni possibile serenità la situazione.

Chi pratica yoga da qualche mese o da qualche anno e ha iniziato dalla pratica di asana e pranayama, spesso non conosce nulla o quasi della filosofia yoga. Questo non è sbagliato; lo yoga è qualcosa che va sperimentato, prima che imparato a memoria o compreso razionalmente. Pramana, la conoscenza corretta, nasce dall’esperienza individuale: possiamo dire che una cosa è vera se l’abbiamo vista o provata personalmente.

Ma quando la pratica yoga inizia a mostrare i suoi benefici, è interessante conoscere qualcosa di più del contesto culturale in cui si è sviluppata la disciplina che stiamo praticando. E allora si può davvero aprire un mondo…in cui ogni giorno c’è qualcosa di nuovo da scoprire.

La partecipazione alle lezioni di filosofia yoga su zoom è libera e gratuita. Inviare mail a emanuelazanda@virgilio.it per ottenere il link di ingresso.

Proseguono le altre lezioni di Iyengar Yoga sulla piattaforma zoom secondo il consueto orario:

lunedì e giovedì 9.30-11

martedì 17.30-19

mercoledì 18-19.30

“Mindfulness” con la pratica dell’Iyengar Yoga

La condizione difficile in cui tutti ci troviamo ci ricorda che le cose non possono andare sempre come noi vorremmo: e le dobbiamo accettare, non abbiamo scelta. Ci troviamo di fronte a problemi sanitari, sociali ed economici enormi e tantissime persone stanno soffrendo molto, hanno avuto perdite di affetti e di lavoro. Quale può essere il suggerimento dell’Iyengar Yoga per affrontare questa situazione, che rischia di protrarsi ancora a lungo?

Secondo la filosofia Sāṅkhya, a cui si ispira lo Yoga, il mondo in cui ci troviamo ad operare, prakṛti, è composto da tre qualità, tamas, rajas e sattva. Tamas è l’inerzia, la passività, l’ignoranza; rajas, la velocità, il desiderio, il movimento; sattva, la luminosità e l’intelligenza. E’ evidente che le limitazioni di movimento rese necessarie dalla pandemia rischiano di portarci in uno stato di pigrizia e torpore; ma è anche evidente che tantissime persone hanno lavorato con tenacia e passione e ci sono stati incredibili progressi scientifici volti alla risoluzione del problema.

Praticare Iyengar Yoga aiuta a ad arrivare alla mente con l’aiuto degli asana. In swastikasana, occorre sollevare il torace e ruotare le spalle indietro, muovere i trapezi e le scapole verso il basso: è vero che le tensioni e i “pesi” si accumulano sulle spalle? Ma questi sono i “pesi” prodotti dalla nostra immaginazione! Ora stiamo praticando yoga! E quindi occorre sollevare il torace dall’interno. E’ il nostro strato riflesso dall’Atman che si deve manifestare e le nostre costole devono muoversi con flessibilità ed intelligenza. Occorre portare il corpo dallo stato di inerzia, tamas, a quello di mobilità, rajas.

Per raggiungere purusa, non abbiamo scelta: dobbiamo passare attraverso il nostro veicolo, il corpo. Dobbiamo penetrare il corpo per raggiungere la mente e il respiro e soltanto allora potremo andare ancora oltre. Gli asana sono posizioni attive, in cui la mente è totalmente impegnata “mindfull”. Occorre portare l’attenzione nelle parti del corpo dove si sta lavorando e lasciar scorrere via gli altri pensieri.

“Attraverso la pratica degli asana si diventa consapevoli, si impara ad espandere, a penetrare quindi a cambiare, ad evolvere e tutto questo insegna a vivere una vita felice…Una vita capace di sensibilità e resilienza…Le istruzioni date dall’insegnante sono per il corpo fisico, ma toccano il corpo mentale. Attraverso la pratica di asana e pranayama, non soltanto si previene la malattia, ma si porta leggerezza nel corpo e nella mente, e questo porta alla felicità, alla libertà, all’evoluzione” (Abhijata Iyengar)

Il successo dello yoga sta nella possibilità di rendere la mente leggera e libera. Una mente inquieta e sempre distratta non è capace di meditare, non può andare da nessuna parte. Così occorre cercare di capire quali sono i punti del nostro corpo dove si accumulano le tensioni e quali sono i punti “deboli” da controllare, per non ritornare allo stato di inerzia, tamasico. Ad esempio, nel momento in cui si guarda in basso, lo strato mentale si affloscia. A volte pensiamo che l’intelligenza lavori soltanto nel cervello e con il cervello. L’intelligenza deve permeare il corpo. Osservando le sensazioni del corpo durante la pratica, in modo sempre più sottile e preciso, si impara a lavorare sul respiro e sulla mente.

A proposito dell’ansietà inevitabilmente portata dalla vita (e dalla pandemia): la soluzione è quella di impegnare il corpo, in modo che la mente sia obbligata a stare nel momento presente. Se non è possibile eseguire asana dinamici e fisicamente impegnativi, ci sono sequenze apposite per calmare l’ansietà.

Questi appunti sono stati desunti dalle lezioni tenute da Abhijata Iyengar per l’Associazione Iyengar Yoga degli Stati Uniti.

Prevenire i contagi potenziando il sistema immunitario

Guruji BKS Iyengar nacque nel 1918, nel pieno della pandemia di influenza “spagnola” che fece milioni di vittime in tutto il mondo e sua mamma si ammalò proprio quando era incinta. Forse per questo motivo Guruji fu un bambino di salute cagionevole e le sue  condizioni lo portarono a studiare yoga. Grazie al suo insegnamento, ora moltissime persone in tutto il mondo possono praticare yoga mettendo in essere le tecniche da lui perfezionate e migliorare così il loro stato di salute fisica e mentale.

Ma le epidemie continuano. Ci furono, tra le altre,  l’influenza suina e poi la SARS. Ora c’è una  nuova epidemia che si sta propagando in tutto il mondo, nonostante precauzioni senza precedenti. Più che la malattia in sé, è la paura di ammalarsi che danneggia milioni di persone.  Chi viaggia ha paura di ammalarsi e chi rimane a casa ha paura dei viaggiatori!

Quando si diffuse il timore per la c.d. influenza suina, le autorità indiane decisero di chiudere le scuole e anche l’Istituto di Pune dovette chiudere, benché non ci fossero ammalati tra gli insegnanti e gli studenti. Ma fortunatamente lo yoga ha metodi diversi e più intelligenti di affrontare il problema, che non va comunque sottovalutato. La forza dello yoga è la prevenzione. “Āsana e prānayāma dovrebbero essere praticati da tutti perché rinforzano il sistema immunitario e forniscono resistenza e forza in qualsiasi condizione ambientale” (Yoga e Sport, p. 139). Il saggio Patanjali infatti diceva : “Heyaṃ duḥkham anāgatam” (Yoga Sutra, II, 19), ovvero, la sofferenza che deve ancora manifestare deve essere evitata.

Questa non è certo una critica a quanti si stanno adoperando per evitare la diffusione del nuovo coronavirus. Se il virus fosse così contagioso, allora davvero sarebbe una catastrofe globale; ma non tutti si ammalano e fortunatamente la stragrande maggioranza delle persone ammalate guariscono. Questo deve far riflettere in merito alla reazione globale di paura, che non è del tutto razionale. E’ la risposta individuale ai cambiamenti ambientali che fa sì che alcuni si ammalino e che per altri addirittura la malattia sia fatale.

Ci sono nel mondo numerose vittime innocenti per cause molto diverse dalle epidemie di influenza, che non trovano mai lo spazio nelle prime pagine dei giornali.

Se non tutti si ammalano, è merito del sistema immunitario. Guruji, proprio in occasione dell’epidemia di peste suina, suggerì una sequenza di asana e pranayama specifica per incrementare le difese dell’organismo. L’agente principale delle difese immunitarie, spiega Guruji, è il sangue dove i globuli bianchi impediscono l’invasione di microrganismi. Studi recenti hanno dimostrato gli effetti antinfiammatori dell’Iyengar Yoga; i risultati benefici della pratica costante delle posizioni capovolte sono stati studiati  dettagliatamente da Guruji.  E’ ora di provare questa pratica e studiarla meglio! Chi non è in grado di eseguire o mantenere le posizioni così a lungo, può utilizzare i supporti.

IMG_4948Pratica della mattina

Uttānāsana 5 minuti

Adho Mukha Śvānāsana 5 minuti

Prasārita Padotanāsana 3 minuti

Śirşāsana 5 minuti, più 10 minuti di variazioni

Vipārita Daņdāsana con la sedia 5 minuti

Sarvangāsana 10 minuti

Halāsana 5 minuti

Sarvangāsana variazioni 5 minuti

Setu Bandha Sarvangāsana 5 minuti

Vipārita Karani 5 minuti

Śavāsana con Viloma o Ujjay prānayāma 10 minuti

schiena8Pratica della sera

Śirşāsana 10 minuti

Sarvangāsana 10 minuti

Halāsana 5 minuti

Setu Bandha Sarvangāsana 10 minuti

Śavāsana con Viloma o Ujjay prānayāma 10 minuti

Questa sequenza è costituita interamente da posizioni capovolte o posizioni in cui la cima della testa è rivolta verso il basso. Anche chi non sa eseguire queste posizioni, può praticare ugualmente la sequenza utilizzando le corde per Śirşāsana o la sedia per Sarvangāsana. Questa sequenza era stata proposta in una situazione di emergenza, la diffusione della peste suina. 

Nella sequenza proposta in un altro testo (B.K.S. Iyengar, Yoga, A Path to holistic Health), per incrementare le difese immunitarie,  le posizioni capovolte sono precedute da Supta Badda Konasana, Supta Virasana e Setu Bandha Sarvangāsana con l’uso di bolster, ovvero in modalità molto rilassante e confortevole. Non vengono dati i tempi, che sono invece impegnativi nella sequenza proposta su Yoga Rahasya. Come sempre, Guruji voleva adeguare lo yoga all’esperienza delle persone e rendere i benefici accessibili a tutti.

Bibliografia consultata:

B.K.S.Iyengar, Light On Yoga, London 1966, in particolare pp.179-237 su Śirşāsana,Sarvangāsana e il loro ciclo.

“Building Immunity and Avoiding the Flu”in Yoga Rahasya, Compilation of articles pertaining Yoga Therapy published from 1994 to 2009, pp.143-145

B.K.S. Iyengar, Yoga, A Path to holistic Health, London 2008, pp.308-311.

B.K.S. Iyengar, Yoga e Sport, Roma, 2017, pp.139-141.

La traduzione italiana del Commentario degli “Yoga Sutra di Patañjali” di Edwin Bryant

E’ stato un privilegio ed un onore per me collaborare all’edizione italiana, pubblicata dalle Edizioni Mediterranee, di questo testo così importante per ogni praticante yoga e lavorare con Gabriella Giubilaro, Chiara Ghiron ed Edwin Bryant. Il mio lavoro è consistito nel rileggere il testo e suggerire le espressioni più scorrevoli e comprensibili in italiano. Trattandosi di un testo filosofico in cui è arduo trovare una corrispondenza perfetta tra le due lingue (ad iniziare dalla traduzione dei sūtra dal sanscrito all’inglese e quindi all’italiano), il lavoro è stato impegnativo e non breve, si sono dovuti affrontare e risolvere insieme tanti dubbi, come Gabriella ha sottolineato nella prefazione.

img_20191209_163228-e1575908263109.jpgOra che il libro è pubblicato, mi affascina la sensazione di sentirmi solamente un po’ più vicina agli Yoga Sūtra come se non avessi dedicato ad essi ogni momento del mio tempo libero per molti mesi, ma soltanto alcune ore o pochi giorni.  La traduzione ha  contribuito  di sicuro in modo sostanziale alla mia conoscenza del testo ma nello stesso tempo mi ha fatto appena intravvedere la sua complessità.Il titolo inglese dell’opera è “The Yoga Sutra of PatañjaliA New Edition, Translation and Commentary by Edwin Bryant” 2009, Foreword copyright by B.K.S. Iyengar. E proprio Guruji nella sua prefazione sottolinea che il metodo di lavoro scelto da Edwin, spiegare gli Yoga Sūtra con i commentatori precedenti, ne fa il testo di riferimento per gli studenti occidentali che hanno deciso di seguire il cammino dello yoga.  Gabriella osserva: ” In questo modo, il lettore interessato all’argomento, ma che manca di una formazione accademica specifica, può accedere a molti testi importanti in un solo volume”.  Da parte mia, sono stata colpita, proprio rileggendo più volte il testo di Edwin, dalla sua costante e meticolosa ricerca dell’interpretazione più corretta, tenendo conto del fatto che “la nostra comprensione del testo di Patañjali è completamente dipendente dalle interpretazioni dei commentatori posteriori. Questo lascia ovviamente aperta la possibilità che i commentatori abbiano capito male o che, più probabilmente, abbiano reinterpretato aspetti del testo filtrando antiche nozioni attraverso le prospettive teologiche o settarie dei loro tempi”.  Ed è quello che Edwin cerca costantemente di evitare, utilizzando per quanto possibile un approccio fenomenologico, ovvero astenendosi dall’ utilizzare metodi interpretativi moderni sul testo antico di argomento filosofico religioso “in maniera non giudicante e il più possibile neutrale”.

Questo punto di vista  (che contraddistingue il metodo di lavoro di Edwin e quindi tutta la sua produzione scientifica) con il corretto e sapiente uso delle fonti e l’abilità a comunicarle, non sono caratteristiche così scontate, soprattutto pensando alla estrema difficoltà della materia e al pubblico cui è rivolta. Infatti oggi la passione per la pratica yoga “sul tappetino” rischia di lasciare sullo sfondo la finalità dello yoga e la complessità del percorso.  Anche chi desidera studiare ed approfondire si può scoraggiare di fronte ad una materia non soltanto difficile da afferrare e astrusa, per la mancanza di riferimenti alla nostra cultura, ma alle molteplici interpretazioni e “scuole” che tentano di semplificare. Questo sistema non può certo accontentare chi desidera veramente avvicinarsi alle fonti dello yoga.

Con questa lunga premessa, dopo aver lavorato con grande piacere all’edizione italiana di questo testo, mi rendo conto di essere soltanto all’inizio del percorso di studio e comprensione degli Yoga Sūtra di Patañjali; tuttavia, trovo questa sensazione intrigante e non assolutamente frustrante. Ogni piccola scoperta è una grande scoperta.  Ne voglio ricordare in particolare due. 

La prima si trova proprio all’inizio del testo dove Patañjali descrive il primo degli stati mutevoli della mente, pramāṇa: “La conoscenza corretta consiste in percezione sensoriale, logica e testimonianza verbale” (YS, I, 7). La percezione sensoriale è indicata per prima: è quindi la più importante risorsa per acquisire la conoscenza corretta. Qui Patañjali chiaramente mette davanti la diretta testimonianza dei fatti rispetto ad ogni tipo di informazione mediata ed Edwin commenta in questo modo: ” E’ per via di questo orientamento che lo yoga, secondo la mia opinione, è destinato a rimanere fonte di interesse costante per le inclinazioni empiriche del mondo moderno”. In altri termini, Patañjali è estremamente moderno, in quanto lascia alla responsabilità individuale il decidere che cosa è vero e perché. Su questo punto Patañjali ritorna più volte, da vari punti di vista, ma una sintesi magistrale è quella di Edwin nelle Riflessioni Conclusive del volume, quando parla di puruṣa e Libero Arbitrio: l’agentività (libero arbitrio) fa parte delle caratteristiche di buddhi o di puruṣa?  Edwin osserva che il punto di vista di Patañjali sull’argomento è neutro ed alcuni commentatori propendono esplicitamente per negare la funzione di agente a puruṣa mentre una ricca tradizione di studi (tra cui i Vedanta Sūtra) riconosce invece  a puruṣa la qualità di agire. La questione è di importanza basilare, anche rispetto alla disputa con il buddismo, perché non vi sarebbe coerenza con la legge del karma senza riconoscimento al puruṣa del libero arbitrio come agente della propria condizione, argomenta Edwin. E di nuovo Patañjali si svela in tutta la sua attualità!

Il secondo punto -a proposito di interpretazioni e di scuole- è al commento del sūtra III, 29 “Con il samyama sul cakra dell’ombelico si ottiene la conoscenza della struttura del corpo”. Qui molto opportunamente (forse ricordando le domande dei suoi allievi praticanti di āsana) Edwin ricorda che lo Yoga classico di Patañjali non si occupa della fisiologia dei cakra perché l’obbiettivo dello yoga di Patañjali non è quello della teoria per cui la liberazione si ottiene quando l’energia kundalini raggiunge il sahasraracakra sulla cima della testa. Esistono, nella stessa tradizione indiana, autorevoli contaminazioni tra i due sistemi come nell’haṭha yoga ma di base la tradizione yoga è dualistica mentre l’insieme delle tradizioni tantra/sakta  è monistica.

Lo stesso Guruji incidentalmente ricorda la fisiologia dei cakra, che ricorre spesso anche nelle lezioni di Prashant. Tuttavia proprio Prashant precisa che Iyengar Yoga non è assolutamente Haṭha Yoga (cosa che implicherebbe una distinzione tra haṭha e raja yoga) benché ritenga utile insegnare alcuni aspetti illustrati nell’ Haṭha Yoga Pradīpikā, come i bandha, i mudrā e i cakra. (Prashant Iyengar, Yoga and the New Millennium, pp. 20-21).

Patanjali
Statua di Patanjali al RIMYI, il giorno del Guru Purnima (festa di tutti i Guru)

Alla fine, come ricorda BKS Iyengar nella prefazione, lo yoga è una materia di studio pratica e non descrittiva. E proprio la pratica condotta secondo i suoi insegnamenti dà la chiave a mio parere per apprezzare la straordinaria sapienza del testo di Patañjali. Il testo di Edwin dà la possibilità ad ognuno di noi praticanti di āsana, pranayana e meditazione di comprenderlo poco per volta e di inserire questo studio nella pratica quotidiana, verificandone personalmente la corerenza rispetto alle nostre percezioni, sensibilità ed esperienza. Un grande ringraziamento ad Edwin (sperando che presto finisca il suo commento alla Bhagavadgītā!) e a Gabriella.

“Adhyātma śastra :curare l’anima con la pratica yoga

La nostra assistenza sanitaria è ottima, anche se è ora messa a dura prova. Disponiamo di medicine e antidolorifici per i nostri disturbi fisici, ma che cosa ci può alleviare la tristezza? Secondo Prashant Iyengar, la pratica di āsana e pranayama, secondo gli insegnamenti di Guruji BKS Iyengar, è Adhyātma śastraovvero la scienza che permette di comprendere l’anima, un vero e proprio “antidolorifico per l’anima”.

iyengar familyPrima dei contributi di Guruji, la pratica degli āsana in occidente non si poteva ricondurre ad un percorso di “cura dell’anima”; e anche ora yoga è spesso inteso come sinonimo di esercizio fisico. Invece l’importante caratteristica di Adhyātma rispetto alla  pratica di āsana e di pranayama è il rendere poco per volta naturale “oggettivare” il proprio corpo e mente, con l’intelligenza, i sensi, la consapevolezza, le emozioni.  Questo continuo processo di auto-analisi è il grande contributo di Guruji all’evoluzione dello yoga e permette ad ogni studente di avvicinare un poco di più l’anima. Quello che Guruji ha studiato e spiegato tutta la vita, mettendo ogni possibile impegno, intelligenza e passione, era già implicito negli Yoga Sutra di Patanjali, ma nessun maestro yoga in precedenza aveva esplorato con tanta profondità la pratica costante di āsana e pranayama.

Prashant Iyengar ha indagato in che cosa il metodo di Guruji è diverso dagli altri, sì da rendere la pratica una cura per l’anima e lo ha fatto in un libretto dal titolo “Yoga and the new millennium” pubblicato nel 2000, quasi vent’anni fa. E’ interessante ora leggere le parole di Prashant che,  come se avesse letto nel futuro, spiega alcuni aspetti del sistema Iyengar difficili da comprendere e da spiegare a  parole.

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Alcuni ritengono che il sistema Iyengar sia molto complicato perché ci sono tante istruzioni tecniche, ma è in questo modo che lo studente ottiene consapevolezza  del corpo, che è il primo passo per andare più in profondità:   non esiste altro percorso per andare al di là del corpo muscolare e scheletrico. Senza  precise istruzioni non si può andare a conoscere il corpo con precisione e la precisione permette di andare al di là del corpo. Si potrebbe scrivere un libro sulla posizione tadasana, la montagna, tanti sono i dettagli da osservare: eppure è una posizione semplicissima, che apparentemente non richiede alcuna abilità.  Questo è originale e unico nell’insegnamento di Iyengar, l’espansione dei nostri canali di osservazione e di auto osservazione, di consapevolezza, di penetrazione all’interno. Questo ci avvicina, con la pratica degli asana, all’obbiettivo dello yoga, citta-vṛtti-nirodhaḥ, fermare le fluttuazioni della mente.

Un altro aspetto è la sequenza degli āsana che normalmente veniva del tutto trascurata.  La sequenza aiuta a comprendere proprio i dettagli tecnici che permettono a loro volta di penetrare più a fondo nella conoscenza del corpo e della mente. In questo modo si acquisisce uno stato mentale “yogico”, sereno, chiaro, passivo. Con una appropriata sequenza di āsana si può modificare e migliorare lo stato della mente ed è la condizione che tutti gli studenti sperimentano dopo una lezione impegnativa. E’ una sorta di stato impersonale, equilibrato, quieto.  La sequenza non è automatica, non è solo eseguire sarvangasana dopo sirsasana, ma è condotta secondo le istruzioni tecniche delle posizioni. Ogni sequenza è diversa dall’altra. E’ questa profondità che genera la calma mentale.

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Un terzo aspetto è il tempo in cui si sta in una determinata posizione. Comprendere richiede tempo e quindi ogni āsana deve essere eseguita per un tempo determinato. Rimanere  a lungo non serve a mostrare le proprie qualità fisiche o l’orgoglio personale; ma rimanere il tempo giusto (magari un po’ di più di quello che si riterrebbe comodo…) serve a sviluppare le potenzialità dell’āsana e comprendere esattamente come e dove lavora, a seconda delle istruzioni tecniche necessarie per la sua esecuzione e rispetto agli āsana eseguiti prima. Non si tratta di rimanere meccanicamente a contare il tempo con il cronometro. Possiamo decidere di stare in una posizione, ad esempio, per cinque minuti; ma trascorsi questi cinque minuti, quanto è stato il tempo effettivamente dedicato alla posizione oppure ai nostri pensieri personali? Questo è il motivo per cui l’insegnante invita in continuazione ad esercitare l’attenzione.

Questi tre aspetti sono così connessi che non lavorano in modo isolato. L’integrazione tra i tre aspetti è la quarta meraviglia del sistema.  In questo modo, la pratica ci può accompagnare nel percorso volto alla cura dell’anima.

A vent’anni dalla scrittura di questo testo “Yoga and the new Millennium”, Prashant Iyengar doveva in qualche modo intuire che gli anni a venire avrebbero avuto sempre più bisogno di questo insegnamento e che la “cura dell’anima”  sarebbe stata indispensabile ad affrontare le sfide del presente.

Pratica yoga come viaggio all’interno di sè

Una delle chiavi per comprendere l’insegnamento dell’Iyengar Yoga è l’importanza della pelle quale organo di senso evoluto, un mezzo grazie al quale, tramite la pratica di asana e pranayama, portare la consapevolezza negli strati più profondi di sè.  E’ attraverso la pelle che si sentono e si approfondiscono le azioni proprie di ogni asana e  avviene la prima trasformazione operata dallo yoga. La pelle è lo strato più esterno del corpo ed è l’organo di senso più esteso: quello che passa attraverso la pelle come organo di senso coinvolge l’intero essere umano.

Secondo la filosofia indiana, l’essenza spirituale dell’essere umano è rivestita da cinque strati, i kosha: tra l’anima, la parte divina dell’essere umano, e gli altri “strati” c’è differenzione, ma non separazione, come spiegano le Upanisad e come ha approfondito in particolare il filosofo Ramanuja, vissuto nell’XI-XII secolo.

Project10_Layout 1Per lo yoga il corpo fisico è annamaya kosha, lo strato più esterno; poi si trovano il corpo energetico (pranamaya kosha), lo strato mentale (manomaya kosha), quello intellettuale (vijnanamaya kosha) e lo strato di “beatitudine” spirituale (anandamaya kosha).  Questi strati sono in completa interdipendenza l’uno dall’altro, soprattutto i tre più esterni; la situazione è un po’ più complessa nelle relazioni tra strato intellettuale e quello di beatitudine perché occorre un’azione “volontaria” dell’intelligenza, che fa ancora parte del mondo di praktri, per rivolgersi al mondo di purusa.  Preferisco usare il termine “corpo” per annamaya kosha perché è per noi più comprensibile e usare il termine “strato” per gli altri, ma in sanscrito sono tutti kosha, corpi, strati, livelli ad indicare la complessità dell’essere umano. Una suddivisione parallela viene fatta tra il corpo grossolano anatomico (sthula sariraannamaya kosha), un semplice involucro, che viene distrutto dalla morte; il corpo sottile (suksma sarira) che comprende gli altri strati  intermedi ed infine  il corpo causale (karana sarira) che comprende soltanto lo strato prossimo all’atman, lo strato di beatitudine spirituale, la condizione essenziale per accedere alla divinità.

La pelle forma l’involucro del corpo anatomico, riveste i muscoli, le ossa, gli organi vitali ed è l’interfaccia tra l’essere umano e il suo mondo esterno da un lato ed interno dall’altro. E’ vero che il nostro corpo anatomico e scheletrico è un involucro grossolano soggetto al deperimento e alla morte; ma è anche il nostro veicolo di questa vita, senza il quale non potremmo sperimentare nulla. Come diceva Geeta Iyengar, un veicolo in cattive condizioni non porta da nessuna parte. Se le cellule del nostro corpo non sono in buona salute, noi non siamo in buona salute. Con la pratica di asana e pranayama possiamo intervenire a modificare lo stato di salute del nostro corpo ed in particolare rendere l’intero corpo attivo, eliminando i liquidi in eccesso e le tossine; ma soprattutto possiamo fare sì che la pratica yoga penetri gli strati del corpo, coinvolga la sensibilità e l’intelligenza, avvicinando l’essere umano alla sua essenza divina.  E’ l’esperienza ricca di profondi insegnamenti che BKS descrive nel suo testo “Light on Life”, pubblicato nel 2005 e tradotto in italiano per le Edizioni Mediterranee.

I cinque differenti livelli o strati (koshas) dell’essere umano devono trovarsi in costante armonia  tra di loro e in armonia con il sè più profondo. Quando questi strati non sono in rapporto equilibrato, riflettono –come uno specchio- le immagini disarmoniche del mondo esterno, pieno di contraddizioni e desideri inappagabili anziché la chiarezza dell’anima, il punto più interno dell’essere.  La vera salute, fisica e mentale, comprende non soltanto il funzionamento efficace del corpo fisico, ma la vitalità, la forza e la sensibilità degli gli strati più profondi altrimenti si farà esperienza di situazioni confuse e spiacevoli.

E’ essenziale che chi segue il percorso dello yoga comprenda la necessità di integrazione e di equilibrio tra i kosha. Per esempio manomaya e vijnanamaya kosha (lo strato mentale e intellettuale) devono osservare e valutare come si comportano il corpo fisico ed energetico (annamaya koshae pranayama kosha) ed eventualmente fare gli opportuni aggiustamenti. Supponiamo di essere in sirsasana: lo strato mentale sente l’allineamento del corpo, sente il respiro. Il lavoro della mente è quello di mantenere lo respiro regolare e riaggiustare il corpo quando si avvertono sbilanciamenti.

img_4031-e1507907940804Come esseri umano abbiamo a che fare con il mondo materiale e viviamo condizionati dai limiti del nostro corpo fisico. Secondo la filosofia yoga non è il corpo fisico a contenere  l’anima, ma è l’anima ad essere rivestita da un corpo fisico, il nostro mezzo in questa vita terrestre. Comprendere che il corpo è un mezzo e non un fine permette di accettarne i limiti e di trascenderli con la pratica di  asana e pranayama in modo tale che il corpo anatomico si riconosca quale strumento di consapevolezza.

L’insegnamento di Swati Chanchani

Ho frequentato il bellissimo seminario di Swati Chanchani organizzato dallo Studio Yoga di Faenza ed è stata una esperienza entusiasmante. Forse soltanto ora, a più di trent’anni dal mio primo viaggio in India e venti di pratica di Iyengar Yoga, riesco a comprendere di aver soltanto scalfito la superficie della straordinaria sapienza indiana.  Swati Chanchani è una vera “Maestra”, abile e affabile, sempre sorridente e tuttavia misteriosa come la profonda sapienza che porta in sè.  Ma voglio ugualmente  provare a comunicare alcune sue espressioni che ho trovato particolarmente dense di significato.

fb_img_1558820437575.jpgOltre all’invocazione a Patanjali, all’inizio si è cantata l’invocazione a Ganesh. L’elefante, con il suo topolino Akhu,  procedono sempre su una via diritta: per questo proteggono il cammino spirituale, rimuovendo gli ostacoli. L’invocazione si recita vicino all’insegnante. Infatti i testi più antichi che parlano di pratica yoga sono le Upanishad e questa parola letteralmente significa: “sedete qui vicino”, riferito allo studente che riceve insegnamento spirituale dal maestro. E’ ovvio che  gli studenti devono ascoltare e rimanere attenti: quindi non sono consentiti appunti, e meno ancora fotografie e registrazioni.

Per l’India, Yoga e Karma sono inseparabili e tutti sanno di che cosa si parla. Il percorso dello Yoga serve per ottenere la liberazione dalla legge del karma. In Occidente invece tante persone oggi vogliono fare “un po’” di yoga per migliorare il loro stato di salute. Questo non è sbagliato perché può essere l’inizio di un cammino, ma occorre ricordare che l’obbiettivo dello yoga è superare il mondo terreno soggetto alla causa ed effetto. La legge di causa ed effetto fa sì che ognuno di noi abbia innumerevoli vite, e tutto ciò che si fa, anche l’atto apparentemente meno significativo, prima o poi avrà una conseguenza.

Il saggio Patanjali non ha inventato lo yoga, ma lo ha riassunto in 196 sutra, in modo che questo sapere concentrato potesse essere imparato a memoria. Il primo capitolo (pada) è dedicato a chi è già oltre i problemi della mente; il secondo è per gli studenti principianti; il terzo per gli studenti avanzati e sulla gestione dei poteri che conferisce lo yoga; il quarto su come deve condurre la vita di ogni giorno chi ha realizzato con l’obbiettivo dello yoga. Per ogni livello di studio Patanjali dice quali sono le difficoltà e come possono essere superate. Per i principianti gli ostacoli sono: pigrizia, malattia e dubbio.

La pratica degli asana serve per imparare e consolidare le posizioni della meditazione, soprattutto virasana, badda konasana, padmasana, swastikasana, siddhasana: in tutte queste posizioni, il perineo è al pavimento, quindi la colonna si allunga in modo naturale. L’osso sacro  si muove verso il basso e l’ombelico verso l’alto. Quando si ascolta il maestro o si studia in queste posizioni, l’apprendimento è facile perchè la colonna è allungata e la mente è vigile. Esistono, secondo la tradizione, 860000 asana, ma tutte servono a questo scopo.

Le posizioni come adho mukha virasana, adho mukha svanasana, parsvottananasana, uttanasana, prasarita padottananasana hanno tutte la funzione, tra l’altro, di allungare i muscoli della parte posteriore della coscia (harmstrings) in particolare il bicipite femorale, il lungo muscolo che va dall’ischio al ginocchio. Questa parte va resa flessibile e sensibile perché è importantissima per l’allungamento della colonna.

Il pranayama è lo stadio successivo dopo gli asana, ma si deve praticare anche contemporaneamente. Ogni posizione fa sì che il respiro sia differente. Ad esempio nelle torsioni, parivrtta trikonasana, occorre portare il respiro nel lato del torace opposto alla torsione. In tutte le posizioni, occorre riempire l’esecuzione della posizione con il respiro. La respirazione “viloma”, interrotta da pause,  è ideale per andare in posizione (ad esempio trikonasana) in modo corretto, equilibrando respirazione e attenzione. Per eseguire altre posizioni, ad esempio certe torsioni intense come marichasana 3 o parivritta parsvakonasana, è opportuno eseguire brevi espirazioni, come nella tecnica “bastrika”.

IMG-20190616-WA0003Swati Chanchani ha anche tenuto una bellissima conferenza, proiettando immagini, sul tema dello yoga e dell’arte. BKS Iyengar era solito dire: “Lo Yoga è come la musica. Il ritmo del corpo, la melodia della mente e l’armonia dell’anima creano la sinfonia della vita” e infatti il primo famoso allievo occidentale fu il famoso violinista Yehudi Menuhin. Ma Guruji era solito ricordare anche la simmetria del corpo, la simmetria degli asana, l’arte di rendere armonico il corpo. Le ricerche di Swati sulla storia dello yoga e lo yoga nell’arte, con il figlio, prof. Nachiket Chanchani (University of Michigan, Ann Arbor, USA) sicuramente porteranno ancora nuovi aspetti interessanti su una disciplina che coinvolge sempre più persone in ogni paese.

Grazie ancora allo Studio Yoga di Faenza e a Ilaria Zinzani per la bellissima iniziativa.

 

 

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