Tra Iyengar Yoga e Hatha Yoga: “Hathapradipika”

Hathapradipika è un importantissimo testo yoga è datato tra la metà del XIV secolo e la metà del XVI. Nel corso dei secoli le nuove corrispondenze tra posture e riflessi psicofisici che si andavano scoprendo accrescevano il patrimonio del classico yoga di Patanjali. Di questo testo esistono più versioni manoscritte;  come anche per Patanjali ed i suoi Yoga Sutra, è impossibile definire cosa sia prodotto originale dell’autore e cosa sia stato riportato da altri scritti o istruzioni tramandate oralmente che non ci sono pervenute. Mentre lo yoga di Patanjali prende ispirazione solamente dai Veda, quale testo ortodosso induista, l’autore dell’Hathapradipika,  secoli dopo, ha una cultura più pratica ed eterogenea.

Rispetto agli YogaSutra, ci sono almeno mille anni di differenza, ed in effetti i due testi sono ben diversi. Mentre Patanjali spiega che cosa è lo yoga, e cosa occorre fare per ottenere la cessazione delle fluttuazioni della mente, ovvero il samadhi, l’ Hathapradipika spiega le tecniche dell’Hatha Yoga, ovvero vuole essere una “lampada” che illumina il cammino del praticante verso il raja yoga,  lo yoga di Patanjali, così come è stato definito uno  dei sei “darsana”, cioè una delle sei filosofie o “punti di vista” intorno a cui si organizza il pensiero induista. Secondo l’autore Swatmarama, l’insieme di queste tecniche è indispensabile per ottenere gli obbiettivi del raja yoga: si definisce così -per la prima volta forse- una gerarchia tra tipi di yoga, adatti alla preparazione e al livello del praticante.

kundalini-chakrasL’Hatha Yoga serve a risvegliare il corpo sottile  (linga sarira) superando i limiti del corpo grossolano (sthula sarira). Infatti il soffio vitale (prana) circola nel complesso sistema delle nadi del corpo, che hanno origine in un particolare organo o kanda (bulbo) collocato tra gli organi genitali e l’ombelico. Questo punto del corpo è attraversato dalla nadi più importante di tutte, la susumma, che parte dal primo chakra e si innalza fino alla sommità del capo, oltre il quale si trova il “loto a mille petali” che raggiunge Parama Siva, o Brahman. Pertanto tutta la tradizione dei chakra e della risalita dell’energia chiamata Kundalini trova proprio nell’Hathapradipika la sua fonte più autorevole. Le tecniche per risvegliare questa energia sono asana, pranayama ecc. con una enfasi maggiore sugli aspetti pratici della disciplina, cioè una serie di esercizi psicofisici, coerentemente con il contesto culturale in cui il testo si è formato,  quello della scuola c.d. dei Nath, che ha come referente il dio Siva.

Secondo Patanjali, fermare le fluttuazioni della mente è l’ obbiettivo dello yoga. Per l’Hathapradipika, obbiettivo dello yoga è l’ascesa del prana, simboleggiato da Kundalini, fino all’assoluto: hatha significa infatti, “forza”, “sforzo” e tutto il testo fa continua allusione alle contrazioni, sforzi necessari a questo scopo.

Così come è estremamente interessante studiare le fonti ed il contesto culturale in cui nasce il testo di Patanjali (Federico Squarcini ha approfondito in particolare questo aspetto nella sua introduzione a Patanjali, Yogasutra, Torino, Einaudi, 2015), così è fondamentale capire come, secoli dopo, si sia evoluta la pratica dello yoga e quali siano i nuovi elementi culturali, religiosi, devozionali che sono andati a integrare la preparazione dei maestri di yoga, ma anche le differenze che si andavano delineando tra scuole diverse.

Il ricongiungimento con l’assoluto secondo l’ Hathapradipika fa riferimento al dio  Siva, mentre Patanjali e i suoi commentatori si richiamano a Visnu-Krsna della Bhagavad Gita. Se vogliamo “orientarci” nelle complicatissime tradizioni indiane, occorre osservare che la scuola dell’Hathapradipika è monistica (ovvero ritiene che esista una sola sostanza, la consapevolezza, secondo gli insegnamenti di Sankara), mentre quella di Patanjali è dualistica (purusa e prakrti sono distinte; dopo Patanjali, il teorico del sistema è Ramanuja).

Queste differenze tendono a essere diluite nelle esportazioni dello yoga in occidente, anche perché gli occidentali sono spesso più interessati ai benefici fisici dello yoga che alla disciplina come percorso spirituale; ma anche le stesse scuole indiane di yoga hanno spesso mescolato i testi, prendendo da Patanjali l’autorevolezza come “sacro testo”, e dall’   Hathapradipika il fascino del risveglio di Kundalini.

Anche Guruji e Prashant Iyengar riconoscono l’importanza di questo testo e lo citano spesso; però la loro tradizione familiare di bramini si richiama esplicitamente alla tradizione del dio Visnu e a Ramanuja. Tra l’altro, secondo la tradizione Ramanuja-Iyengar, tutti possono accedere agli insegnamenti sacri e di yoga, indipendentemente dalla casta (non è così secondo la tradizione di Sankara)

Un’altra differenza è sulla concezione di asana.  Gli Yoga Sutra citavano appena le asana (due soli sutra!) tra gli “anga” dello yoga, mentre l’Hathapradipika elenca un certo numero di asana, oltre che tecniche di pranayama, bandha, mudra ecc. La maggior parte degli studiosi di formazione più accademica e filologica (come Squarcini, ma anche come Edwin Bryant) ritiene che la tecnica degli asana si sia sviluppata più tardi rispetto agli Yoga Sutra e che costituisca, in un certo senso, un imbarbarimento (che continua oggi!!!).

Altri hanno invece sottolineato la “astoricità” tipica della cultura indiana di mantenere le tradizioni per millenni, se mai “aggiungendo” ma non mai modificando totalmente, per cui l’India si presenta allo studioso come uno straordinario monumento archeologico, in cui sono contemporaneamente presenti e vive fasi remotissime del pensiero religioso (Filippani Ronconi). Il fatto che per la prima volta gli asana appaiano nei testi pervenuti sino a noi,  non significa che non venissero praticati ai tempi di Patanjali; anzi, magari erano così diffusi che non valeva la pena di parlarne in un testo filosofico. Oppure potevano essere diffusi soltanto tra gli asceti, mentre un testo come l’Hathapradipika, si dice esplicitamente, vuole portare a tutti questa conoscenza (J. Mallinson, A Response to Mark Singleton’s Yoga Body, 2011).

Sappiamo dalla tradizione di Krishnamacharya e Iyengar che gli asana e il pranayama sono basilari nel percorso dello yoga: ma, secondo lo yoga di Patanjali, l’asana è “sforzo senza sforzo” ed occorre superare gli ostacoli al cammino dello yoga proprio con la pratica costante e il distacco.

1 (trascinato)La materia è ricchissima e si presterebbe ad infinite osservazioni.  Per inciso, si rifanno esplicitamente alla tradizione di Siva e all’Hathapradipika, i praticanti di Hatha Yoga della scuola Satyananda, molto diffusa anche in Italia. La versione italiana  dell’Hathapradipika da me consultata comprende 4 “lezioni” per complessivi 409 sutra, o versetti.

Nella prima “lezione”, l’autore, di nome Svatmarama, rende omaggio ai suoi maestri e fornisce una lunga lista di nomi, molti sconosciuti, tranne alcuni personaggi leggendari.

Swatmarama presenta l’Hatha Yoga come contrapposto al Raja Yoga: si tratta di due aspetti della stessa disciplina, dove l’Hatha (unione di Sole e Luna) rappresenta le pratiche fisiche e Raja (attività, movimento) gli aspetti mentali e spirituali.

Vengono spiegate alcune posizioni: Svastikasana, Gomukhasana, Virasana, Kurmasana, Padmasana, Kukkutasana, Uttanakurmasana, Padangustasana, Dhanurasana, Matsyandrasana, Paschimottanasana, Mayurasana, Savasana.

Tra le 84 asana nominate da Siva, ce ne sono 4 particolarmente importanti: Siddhasana, Padmasana, Simhasana, Bhadrasana. Tra queste, vengono descritti in particolari i benefici portati da Siddhasana, che purifica tutte le nadi del corpo, al punto tale che, chi pratica Siddhasana in continuazione, non servono più le altre asana! Tutte queste posizioni sono adatte alla pratica del pranayama e permettono di far salire l’energia, raggiungendo la meta suprema.

Altre prescrizioni riguardano il cibo, il comportamento e la necessità di una pratica costante.

Nella seconda “lezione”, Swatmarama affronta il pranayama, da lui e dalle sue fonti considerato una pratica più avanzata rispetto a quella degli asana, tanto è vero che dice espressamente che il praticante deve aver prima ottenuto stabilità nelle posizioni e poi può praticare pranayama. Questo ha lo scopo di ripulire le nadi del corpo e quindi di controllare il soffio vitale. Swatmarama fornisce indicazioni pratiche su come, quando e quanto pranayama praticare.

Ma nel caso il praticante sia troppo pesante, deve prima praticare i sei atti purificatori, che non sono approvati da tutti i maestri.

Chi pratica pranayama, vince la paura della morte. Chi pratica i diversi tipi di Kumbhaka (trattenimento del respiro), ottiene poteri straordinari.

Swatmarama elenca anche i bandha utilizzati durante il pranayama. Quasi tutte queste tecniche (non quelle della purificazione!!) sono  meglio spiegate nel testo di B.K.S. Iyengar, Teoria e Pratica del Pranayama.

Nella terza “lezione”Swatmarama spiega la natura e il funzionamento di Kundalini, energia che viene risvegliata dalla pratica yoga. Per questo risveglio è essenziale la pratica dei mudra, letteralmente sigilli, azioni che regolano e controllano l’energia vitale. La morte e la vecchiaia appartengono alla mente: con il controllo di Kundalini tutte le paure vengono superate e il praticante raggiunge poteri soprannaturali. Questa sapienza deve essere tenuta celata. Vengono spiegati dettagliatamente mahamudra, mulabandha, jalandara bandha, uddiyana bandha (tutte meglio ancora trattate nelle pubblicazioni di Iyengar) e altre pratiche che ora non sono più utilizzate. Vale la pena di ricordare che tali pratiche riguardano la mobilità della lingua, che una volta veniva dagli yogi accresciuta con vere e proprie mutilazioni e il controllo dell’energia sessuale.

Nella quarta e ultima “lezione” si parla del samadhi, la condizione in cui la mente e l’anima coincidono. E’ indispensabile la guida di un grande maestro, per superare la dualità della mente. La condizione di samadhi si ottiene quando si riesce a controllare completamente il prana, l’energia vitale, in modo che questo penetri nella susumma, il punto sommitale del capo, attraversando tutte le nadi del corpo. Quando la mente è completamente ferma, si raggiunge la completa liberazione (moksa). Questo tipo di conoscenza non è presente nei Veda, perché non è accessibile a chiunque. La completa espansione dell’energia vitale avviene nel superamento delle polarità solare e lunare, riassorbendo la mente tra le sopracciglia, dove si trovano i due chakra di Ida e Pindala.

Il venerabile Adinatha, grande maestro di yoga, ha insegnato moltissimi modi per ottenere il samadhi, però il principale viene chiamato “ascolto del suono interiore”, tecniche di introspezione con le quali si disattivano gli organi di senso. Al raggiungimento dell’apice si sente il suono della vina, del flauto e si ottiene una felicità ininterrotta. Su questo suono interiore viene condotta la meditazione e si raggiunge la perfetta conoscenza

Edizioni italiane:

Swatmarama. Hathapradipika (la Chiara Lanterna dello HATHA YOGA), Edizioni Savitry, Torino

Svatmarama, La Lucerna dello Hatha-Yoga (Hathayoga-Pradipika), a cura di Giuseppe Spera, Torino, 2000.

testo sanscrito, traslitterazione e traduzione inglese:  Hatha Yoga Pradipika

Invocazione a Patanjali

“Rendo onore a Patanjali, il più nobile dei saggi, che ci ha donato lo yoga per la serenità della mente, la grammatica per la purezza della lingua e la medicina per la salute perfetta del corpo.  Mi inchino a Patanjali, la cui parte superiore del corpo ha forma umana, le cui braccia tengono una spada, un disco e una conchiglia, ed è incoronato dal cobra con mille teste. O incarnazione di Adisesa, il mio saluto va a te”

Yogena cittasya padena vacam Malam sarirasyaca vaidyakena Yopakarottam prvaram muninam Patanjalim pranjaliranato’smi

Abahu purusakaram Sankha cakrasi dharinam Sahasra sirasam svetam Pranamami Patanjalim

Hari Hey Om”

Cantare qualcosa che non si comprende fa uno strano effetto. A volte stimola la curiosità; ma può anche suscitare un po’ di irritazione. Quando poi si impara l’invocazione, la si ripete con piacere e con devozione. Tuttavia, il sanscrito non è la nostra lingua e pochi sanno davvero che cosa stanno cantando.

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Patanjali è una figura leggendaria, il compilatore degli Yoga Sutra, un testo breve e denso di 196 aforismi, forse risalente al II-IV secolo d.C. (la scrittura; ma il testo è probabilmente più antico).  Questo testo ha avuto molti commenti nell’antichità, poi è stato un po’ dimenticato durante il periodo coloniale; negli ultimi anni è ritornato molto popolare perché tanti occidentali studiano yoga, così si sono moltiplicati gli studi e le traduzioni.  La comunità di  studenti di yoga di BKS Iyengar ha assunto l’abitudine di cantare questo mantra prima della lezione. Il mantra risale forse all’XI secolo, quando uno studioso degli Yoga Sutra, Bhoja, cercò qualche informazione “storica” su Patanjali, riconnettendo alla stessa figura un grande trattato di grammatica della lingua sanscrita.

In sanscrito, Pata significa cadere o caduto, e anjali offerta. Secondo la leggenda, Patanjali è reincarnazione di Adisesa, il Signore dei serpenti  e giaciglio di Visnu e quindi nel mantra prende gli attributi di Visnu: la ruota, la spada, la conchiglia. La descrizione di Patanjali ha lo scopo di suscitare la devozione, descrivendo l’aspetto della divinità, rievocandone l’immagine. Purtroppo, se non si capiscono le parole, questo non avviene. Per la spiegazione dell’invocazione parola per parola, vi invito a leggere questo interessantissimo studio, completo della traduzione (in inglese) di Geetaji Iyengar.

Invece per la pronuncia, vale soltanto l’esercizio. Questa è l’invocazione cantata da Geetaji:

Buona pratica!

 

 

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