Conoscenza (Jňāna)

Conoscenza (jňāna) è uno dei termini più utilizzati da Patanjali, sia in senso negativo (conoscenza erronea) che positivo (vera conoscenza). L’obbiettivo dello yoga è quello di guidare il sadhaka, il praticante,  verso la vera conoscenza del sé, portando l’osservazione in profondità. Allora, quando citta è calma, “il veggente” risplende della sua luce (I, 3) ovvero nella perfetta conoscenza. Quando si attiva il veggente? Quando il sadhaka supera l’identificazione con le proprie fluttuazioni, quando riesce ad osservarsi “dal di fuori”, senza farsi intrappolare dalle impressioni dei sensi e dai movimenti di citta.

E’ questa una pratica molto interessante, l’esecuzione delle asana con attenzione agli organi di senso, come contribuiscono all’allineamento e alla corretta esecuzione delle posizioni, e come lavorano rispetto alla stabilità delle asana e in generale alla sensazione di armonia : “Sthira sukham asanam” il famoso sutra (2, 46), tanto discusso, che descrive l’asana. Della stabilità abbiamo parlato, ora occorre capire cosa sia sukham, per arrivare alla conoscenza della perfetta asana. Guruji, commentando questo sutra (in Astadala Yogamala, 8, p.152 ss.), aveva osservato che se l’asana è stabile e comoda, allora il veggente dimora nella sua luce, cioè attraverso ogni asana si può raggiungere l’obbiettivo della yoga, espandendo la consapevolezza in ogni parte del corpo.  In questo modo la conoscenza (jňāna) del corpo (prakrti) diventa conoscenza dell’anima (purusa).

IMG_2604Per questo obbiettivo molto ambizioso ho immaginato una sequenza “a pacchetto” che inizia e termina con Savasana e che contiene al centro sirsasana 2, la variazione che più permette di sentire l’equilibrio e l’armonia. Le altre posizioni vanno eseguite con attenzione, oltre che alla stabilità, all’allineamento, almeno un minuto o due per lato, o più. In altri termini, in questa pratica non si pone soltanto l’attenzione agli aspetti fisici, ma si devono sviluppare tolleranza e pazienza, acquistando la capacità di spingere l’osservazione in profondità. Questa pratica è una ottima preparazione per pranayama e dhyana.

Savasana

Adho mukha svanasana

uttanasana

prasarita padottanasana

utthita trikonasana

parsvottanasana

paschimottanasana

janu sirsasana

baradvajasana

setu bandha sarvangasana

sirsasana

sirsasana 2

sirsasana

setu bandha sarvangasana

baradvajasana

janu sirsasana

paschimottanasana

parsvottanasana

utthita trikonasana

prasarita padottanasana

uttanasana

adho mukha svanasana

savasana

L’elenco riportato qui sotto rappresenta una scelta: infatti il termine ricorre con molta frequenza nel terzo Pada, dove si elencano i poteri che vengono raggiunti con il samadhi, di conoscere cose straordinarie

1,8 viparyayo mithyā jňānam atad rûpa pratişţham

La conoscenza erronea o illusoria è basata sul non reale o sul non vero

1, 42 tatra śabdārtha- jňāna-vikalpaiḥ saṅkīrņā savitarkā samāpattiḥ

In questo stadio, la parola, il significato e il contenuto sono mescolati e divengono conoscenza speciale

2,28 yogāṅgānuşthānād aśuddhi-kşaye jňāna dīptir āviveka khyāteḥ

Le impurità sono distrutte dalla pratica devota dei vari aspetti dello yoga: la conoscenza perfetta irradia gloriosamente

3, 16 pariņāma traya saḿyamād atītānāgata jňāna

Lo yogi acquisisce la conoscenza del passato e del futuro, padroneggiando le tre trasformazioni della natura

4, 31 tadā sarvāvarana malāpetasya jňānasyānan tyāj iňeyam alpam

Quando il velo dell’impurità viene sollevato, si ottiene la conoscenza più alta, soggettiva, pura e infinita mentre il finito appare insignificante

Il vero significato della Giornata Internazionale dello Yoga

di Zubin Zarthoshtimanesh

Il momento migliore per piantare un albero è stato 20 anni fa; il secondo migliore momento è adesso” (vecchio proverbio cinese)

La pratica dello yoga serve a rimuovere le erbacce dal corpo e dalla mente, in modo che il giardino
possa prosperare” (B.K.S. Iyengar)

Il mio Guru B.K.S. Iyengar, cui fu conferito il primo premio Padma Vibhushan per il suo contributo nel campo dello Yoga, si è spento il 20 Agosto 2014, ma il suo spirito è sicuramente qui con noi per
vedere il mondo cogliere questa antica arte, scienza, cultura e filosofia
.

Ma quale dovrebbe essere la vera celebrazione di una Giornata Internazionale dello Yoga? Per capirlo
dobbiamo sapere che la parola viene dall’antica radice sanscrita 
yuj che significa unire, legare,
congiungere. Quindi, lo Yoga   intende unire l’individuo e l’universo. E’ uno strumento per renderci più ricettivi ed estendere le nostre potenzialità.
In che cosa consiste lo strumento dello Yoga? Soltanto quello con cui siamo nati, il corpo, la mente e il respiro. Attraverso le diverse tecniche di asana e pranayama, noi entriamo in contatto con queste tre dimensioni dentro di noi per incrementare il nostro essere e vivere pienamente.

Lo Yoga si è giovato nei millenni di una serie ininterrotta di “veggenti” che si sono dedicati a scoprire i secreti del mistico sé interiore. Il sapiente Patanjali ha raccolto la saggezza del suo tempo nell’opera nota come gli Yoga Sutra (composto circa tra il 200 a.C. e il 200 d.C.). In questi 196 sutra, Patanjali riassume l’esperienza di molti maestri e dichiara che il cammino dello Yoga è composto da otto parti.
Secondo le sue parole, “lo yoga ha otto rami –
asta-anga, o astanga-“. Essi sono: Yama e Niyama -le
cose da non fare e da fare;
Asana-posizioni, o ricerca fisica e fisiologica; Pranayama-ricerca sul respiro o prana; Pratyahara-volgere i sensi  all’interno; Dharana-concentrazione; Dhyana-meditazione; Samadhi-estasi o realizzazione.

Generalmente si pensa a questi rami come a pratiche separate, ma essi costituiscono un insieme
integrato. Prendiamo il Pranayama; gli Yoga Sutra di Patanjali affermano che 
soltanto dopo che si è raggiunta una certa padronanza nelle asana, si può iniziare a praticare Pranayama. Proprio come nel corpo esistono zone erogene, esistono anche zone “praniche” o zone del respiro, come la zona del
diaframma o la zona addominale.

Almeno in questa giornata, bisognerebbe domandarsi se non sia assurdo il desiderio di avere
addominali scolpiti a tartaruga quando la saggezza dello yoga dimostra in modo chiaro la necessità di espandere la zona dell’addome e del diaframma. Questo è il luogo del respiro; voi respirate
profondamente non soltanto per il lavoro dei vostri polmoni, ma soprattutto per la massima azione e espansione della cavità addominale. Dei i tre
bandha (alla lettera, chiusure, ma in pratica, azioni che canalizzano), uddiyana bandha, il controllo della zona addominale, è vitale.

Se volete pensare razionalmente alla vostra pratica di posizioni yoga, mentre eseguite la posizione sulla testa, o le posizioni sedute o le torsioni, visualizzate il corpo come contenitore e la mente, i
sensi, il respiro e la consapevolezza come contenuto.
Dovete anche usare il contenitore per dare
forma al contenuto. Così le posizioni non lavorano soltanto sul corpo, ma su tutto l’essere (e contenuto)Divenite così realizzati, consapevoli, uniti nel corpo, mente e respiro per divenire esseri capaci di ricezione.

I praticanti (sadhaka), gli studenti dovrebbero usare questa immagine piuttosto per pensare di associare lo Yoga con un gruppo o un credo.

COME CAPIRE LO YOGA ATTRAVERSO GLI ASANA

Vediamo ora di comprendere alcuni principi dello yoga attraverso tre dei più rappresentativi asana o posizioni.

1. Adho-mukha-svanasana o la posizione del cane con la testa in giù

Alcuni fanno gli spiritosi al nome di questa posizione chiedendosi perché diventare cani quando siamo esseri umani. E questi sono della stessa razza di quelli che non fanno altro che lasciarsi andare alla
pigrizia. Bene, la risposta semplice, ma filosofica, è che stirarsi come un cane vi  farà  sentire più simili all’ essere umano che all’animale entro di voi. Come hanno osservato i nostri maestri, questa posizione trae ispirazione dallo stirarsi del cane sì, ma i suoi effetti si sentono nel riequilibrio delle vostre energie interne.
Molto spesso, nell’uomo,  la testa (cioè la mente) è attiva mentre le estremità sono inattive; di qui la sensazione di ansietà, lo stress, l’invecchiamento precoce. In questa posizione, la testa
viene tenuta tranquilla mentre le estremità sono attive. Inoltre, per andare in posizione, la colonna è
tenuta parallela a terra, in senso contrario alla forza di gravità. In questo modo, avviene una sorta di riequilibrio interno, che ci porta ad una relazione armoniosa con la madre terra.

2. Sirsasana o l’equilibrio sulla testa

Stare sulla testa significa effettivamente cambiare le fondamenta e l’orientamento delle energie interne. Normalmente, un essere umano funzionerà soltanto in tre posizioni per tutta la durata
della sua vita: in piedi, seduto, sdraiato
. Rimanere in questa posizione per 10 o 15 minuti rispettando i cicli della respirazione significa elaborare un nuovo linguaggio interno che esalta le vostre potenzialità. A volte le persone cambiano casa o paese per iniziare una nuova vita. Lo yogi ha a disposizione questo mezzo potente per risistemare e rigenerare la vita dall’interno.

3. Shavasana o la posizione del cadavere

Anche se questa posizione sembra facile in quanto si identifica con un semplice stare sdraiati ed
assomigliare ad un cadavere, non è un preludio ad un sonnellino. I rishi e gli yogi studiarono il sonno e questa formula speciale di sonno “consapevole”, cioè 
shavasana. Qui, si insegna al praticante come sviluppare questa condizione con il respiro. Normalmente è la mente che guida. In shavasana, viene richiesto alla mente di essere semplice testimone, mentre il respiro subentra. In questo modo, la mente e il corpo si trovano sotto l’influenza/condizionamento del respiro, ed è questa una delle più belle cose che vi possono capitare. Per un momento, riflettete sull’unicità del vostro respiro, che è sempre fresco ed è nuovo in ogni momento. A differenza del corpo e della mente, non si trascina fardelli, non ha storia, genere, classe, casta, credo, status o esperienza. Il respiro è una forza unica (è nostro, ma non lo possiamo trattenere, va e viene) che ci aiuterà a trascendere l’individualità spicciola e a realizzare la natura essenziale della vita.

Il mio umile consiglio in questa Giornata dello Yoga è di portare gli studenti a non fare
soltanto dei profondi respiri, ma a diventare il respiro…questo vi renderà più disponibili
ad accettare gli incredibili doni dell’universo.

(L’autore è insegnante di Iyengar Yoga e praticante)

Ringrazio Zubin Zarthoshtimanesh per avermi autorizzata a tradurre in italiano e pubblicare la versione integrale del suo articolo scritto per  Times of india.

Zubin ha studiato con B.K.S. Iyengar sin da quando era ragazzo. Ora, conduce seminari e convention di Iyengar Yoga intorno al mondo

Coraggio (Virya)

 

La parola virya indica vigore, forza fisica, potere mentale, energia, coraggio. E’ una delle qualità elencate da Patanjali (I, 20) che devono contraddistinguere la pratica. E’ un monito soprattutto per gli studenti avanzati, che devono accrescere sempre il lavoro, con fiducia, perseveranza, forza e non fermarsi. Si tratta di una qualità “alta”, la cui collocazione simbolica si può pensare nel vishuddhi chakra, il chakra della gola. Quando abbiamo paura, la gola si chiude, il respiro diventa affannoso. Anche quando cerchiamo di ragionare troppo non c’è espansione, in realtà si prova timore, magari senza sapere esattamente di che cosa. Infatti questo chakra sovrintende alla cultura, a quello che si è imparato, alla capacità di ragionare che non deve andare a discapito della fiducia e dell’entusiasmo.

Invece la seconda menzione di Virya negli yoga sutra (2, 38) riguarda il controllo di brahmacarya (continenza) che è uno dei cinque yama (doveri) alla base della pratica yoga: se la continenza è ben fondata e stabilita, si acquista virya. In altri termini, l’energia grossolana del corpo viene controllata, per acquistare una forma più elevata di energia, virya appunto, coraggio, resistenza, tenacia: è questo uno dei principi di base dell’ascetismo e della filosofia yoga (e non solo).

Dal punto di vista della pratica delle asana, si può constatare che è impossibile lavorare sulla gola e sul respiro senza curare l’allineamento. Le clavicole si possono aprire, la parte alta del torace si espande quando c’è allineamento nelle gambe, nel bacino e nel tronco, ovvero la parte muscolare scheletrica del corpo è controllata.

I nomi di alcune famose asana ricordano direttamente virya, Virabhadrasana (il gruppo di posizioni che prende il nome dall’eroe nato da un capello di Siva) e Virasana. In tutte queste posizioni la colonna viene estesa verso l’alto mantenendo le spalle aperte e la gola rilassata.

Le posizioni in cui occorre particolarmente mettere in campo la fiducia e il coraggio sono le preparazioni delle posizioni indietro. Grazie all’allineamento, alla estensione della colonna verso l’alto, alla corretta rotazione della parte alta delle braccia, la gola si rilassa e si può spostare lo sguardo verso l’alto, allungando la nuca indietro (non piegando indietro il collo!). Geetaji suggeriva di portare completamente lo sguardo all’interno facendo questo movimento. Se gli occhi si muovono, il coraggio viene a mancare. Praticando le asana per trovare virya, si inizia quindi un percorso di meditazione, di profonda introspezione.

urdhva hastasana, concentrarsi sulla gola e sul respiro (1 minuto)

utthita hasta padasana (1 minuto)

vrchasana (1 minuto per lato)

virabhadrasana 2 allineamento osso pubico/ombelico/gola/ cima della testa – Virabhadrasana 1

Adho mukha svanasana con le mani al muro

adho mukha vrchasana

sirsasana (5 minuti)

Triang mukha eka pada paschimottanasana/Krounchasana

virasana/parvatsasana in virasana/paryankasana

bekhasana/adho mukha virasana/adho mukha svanasana

eka pada raja kapotasana

setubandha sarvangasana

viparita karani

savasana

1,20 śraddhā, vīrya, smŗti, samādhi, prajňā, pûrvakah itareşām

La pratica deve essere eseguita con fiducia, confidenza, vigore, memoria e concentrazione per rompere questa compiacenza spirituale

2, 38 bramacarya-pratişthāyām -lābhaḥ

Quando il sadhaka è fermamente stabilito nella continenza, la conoscenza, il vigore, il valore e l’energia fluiscono verso di lui

Yoga in giro: Casa Circondariale “Lorusso e Cotugno”, Torino

Ho iniziato ad insegnare yoga presso la Casa Circondariale di Torino nell’ormai lontano 2009. In prossimità di lasciare il lavoro per essere collocata in prepensionamento, volevo fare un’attività di volontariato che riguardasse lo yoga, ma non mi sentivo preparata per insegnare a ragazzini o a persone portatrici di disabilità. Una mia cara amica avvocato mi aveva allora consigliato di rivolgermi al direttore della Casa Circondariale, persona nota per la sua apertura alle attività di volontariato e alle politiche volte a dotare i detenuti degli strumenti necessari per reinserirsi nella società. Ricordo ancora il giorno del primo colloquio, quanto ero emozionata. Il direttore mi aveva chiesto: “Che cosa crede di trovare qui dentro?” e dalla bocca, senza che ci pensassi, mi erano uscite queste parole: “Lo yoga aiuta a ritrovare il rispetto di Sé”.

Poiché nessuno all’interno dell’Istituto aveva particolare esperienza  di yoga, sono stata mandata in primo luogo in un reparto “speciale”, in cui i detenuti erano collocati in celle singole e avevano un programma particolarmente ricco di attività: questo perché avevano accettato di essere sottoposti all’esame di sieropositività e di farsi curare.  L’ufficio degli educatori aveva ritenuto che questo reparto fosse meno “traumatico” per una neo volontaria senza esperienza di carcere, ed in effetti forse l’effetto carcere si sentiva meno, però poche persone in realtà erano interessate allo yoga. Ho portato avanti il mio lavoro comunque, anche con solo  due-tre allievi per volta, grazie alla mia insegnante di quei tempi, Maria Paola, che mi aveva regalato dei tappetini e poi dell’associazione Light On Yoga che mi ha rimborsato l’acquisto degli indispensabili supporti per la pratica dell’Iyengar Yoga. O almeno di alcuni di essi: nessun problema per i tappetini, le coperte, e i mattoni in materiale leggero; assolutamente vietate le cinture e anche le sedie pieghevoli in metallo. Poco per volta, la mia “sala da yoga” all’interno del Padiglione “Prometeo” della Casa Circondariale ha acquistato un aspetto quasi da luogo di yoga normale; ma avvertivo che i detenuti erano pigri e svogliati e facevano gran fatica a seguire l’attività, come se ogni volta “tirassero a sorte” a chi toccava andare a fare yoga (così anche per le altre attività) per non perdere i privilegi di essere ospitati in un padiglione comunque più confortevole di altri. Tuttavia il mio lavoro non era privo di soddisfazioni: il programma per principianti che funzionava per gli studenti normali andava benissimo anche per i detenuti sieropositivi, per quanto l’associazione mi avesse allora richiesto una relazione, di concerto con la mia insegnante, sui programmi speciali per studenti di yoga sieropositivi. Ho comunque imparato da questa esperienza che le persone che hanno  sofferto di dipendenze in passato sono quelle che hanno maggiore difficoltà a concentrarsi su una pratica come quella dello yoga. Una esperienza simile l’ho infatti vissuta, tempo dopo, con un esperimento di attività di yoga al padiglione femminile: molta apparente disponibilità, ma pochissimi risultati tangibili.

Le cose parevano destinate a trascinarsi senza particolare soddisfazione finché non mi hanno detto che avrei dovuto “parlare con Pietro”. Pietro era un insegnante della scuola media interna all’Istituto e una persona  simpaticamente eccentrica, profondamente umana e ricca di buona volontà per promuovere le iniziative ritenute meritevoli. Pietro mi ha aiutato ad organizzare degli “incontri” con gruppi di detenuti di tutti i padiglioni dell’istituto, per far conoscere la mia attività, che fu adottata tra le discipline della scuola. Così ho iniziato a fare tante lezioni, anche tre alla settimana, con gruppi numerosi di detenuti, fino a 20 per volta. La cosa gratificante era l’interesse e la curiosità che lo yoga suscitava; la difficoltà era costituita dal doversi adattare a sempre differenti spazi, senza la possibilità di trasferire il materiale. Teoricamente la possibilità esisteva, ma poi c’è stato l’episodio “dell’ascensore” e quindi ho smesso di pretendere di trasferire tappetini, coperte e mattoni da un luogo all’altro, magari distanti centinaia di metri. Mentre ho sempre avvertito il massimo rispetto da parte dei detenuti, magari svogliati, ma sinceramente riconoscenti di quello che veniva loro offerto, qualche volta ho avvertito insofferenza da parte degli agenti di custodia, costretti ad un lavoro noioso, stressante e pericoloso, in cui ogni novità rischia di essere vista come un aggravio alle già numerose e pesanti incombenze. E’ stato per iniziativa di uno di loro che sono stata “dimenticata” in ascensore al buio per circa mezz’ora: l’ascensore ha le porte bloccate se non con le chiavi in loro possesso per cui non mi è rimasto che attendere di essere liberata, cosa che poi è avvenuta, non so ad opera di chi, forse della stessa persona che ha deciso di non farlo quando ho suonato il campanello la prima volta.

Sarebbe interessante illustrare questa relazione con fotografie, ma all’interno dell’Istituto è assolutamente vietato fotografare e occorre munirsi di lucchetto per lasciare la propria borsa (soprattutto i telefoni cellulari) negli appositi armadietti prima di entrare nei reparti di detenzione. La fotografia qui sopra è dal sito web dell’Istituto. I controlli sono molto severi, anche se largamente dipendenti dalla discrezione di chi si trova dall’altra parte al momento. All’entrata dell’istituto si presenta un documento (occorre naturalmente che l’attività sia stata approvata dalla direzione e che l’ingresso sia autorizzato dal magistrato di sorveglianza. I permessi devono essere rinnovati ogni anno) e si riceve un pass; questo va mostrato all’ingresso dei reparti, dove si lasciano le borse (si può portare all’interno solo l’indispensabile in una cartellina trasparente); all’ingresso dei vari padiglioni occorre mostrare nuovamente il pass e ogni persona viene registrata, ora di ingresso e ora di uscita. All’uscita il percorso inverso.

Vista la difficoltà di muovermi con il materiale all’interno dell’Istituto, con Pietro abbiamo individuato un luogo adatto dove tenere le mie lezioni. Tempo fa esistevano cucine separate per ogni padiglione (che ospita circa 400-500 detenuti); poi si è costruita una cucina centralizzata e sono rimaste ampie stanze senza un vero utilizzo, poco per volta riconvertite in laboratori. La sala è davvero ideale: circa 35 mq., in grado di ospitare per la pratica 10-12 persone, con ampie finestre, il sole al mattino e l’ombra al pomeriggio. Ma soprattutto, ho immediatamente avvertito da parte dei detenuti un entusiasmo completamente diverso per lo yoga. Questo padiglione ospita detenuti con alto turn over, molti non ancora con la condanna definitiva. La cattiva notizia è che sono costretta a fare quasi sempre una pratica di base, anche se alcuni poi sono rimasti anni a seguire le mie lezioni, ogni volta c’è qualcuno di nuovo e qualcuno che è uscito o è stato spostato. La buona notizia è che non rischio di affezionarmi a nessuno di loro, anche se spesso mi sono sorpresa ad essere un po’ dispiaciuta di non vedere più allievi che avevano seguito con tanta costanza e passione, da aver modellato il loro fisico “da Iyengar yoga”, con gambe ben diritte, schiena eretta e torace aperto!

Quando mi accade di parlare della mia attività di volontaria, quasi tutti mi chiedono se lavoro al reparto femminile. Invece no, lavoro nei reparti “normali”, e in Italia, come in tutto il resto del mondo, i delinquenti -coloro che hanno trasgredito gravemente le leggi- e si sono resi colpevoli di un reato penale, sono per il 95% di sesso maschile. Poi, una delle prime cose che colpisce vedendo la popolazione carceraria è il fatto che più che colpevoli la maggior parte di queste persone sembrano sfortunate: privi, molti di loro, dei mezzi necessari per pagare un buon avvocato, privi dell’istruzione e della competenza necessaria per portare avanti la propria vita senza rischiare di mettersi nei guai. Tante associazioni di volontariato collaborano, tra cui quella cui appartengo:  “La Brezza”.

Tra tutti gli studenti yoga che ho avuto nelle mie classi, sono proprio i detenuti le persone più attente alla filosofia yoga: io racconto spesso la leggenda del carro di Arjuna, che doveva dominare i propri sensi con l’aiuto di Krishna e l’attenzione loro è certe volte commovente, quando spiego che secondo la filosofia yoga i sensi sono ingannevoli e che occorre scegliere con l’intelligenza, non secondo la prima impressione. Questo è un messaggio che arriva direttamente al loro cuore, e allora, strizzando l’occhio, dico loro che le persone che praticano yoga non rientrano più in carcere una volta uscite, perché si sono abituate a ragionare prima di reagire. Per molti di loro, accusati di piccoli furti o spaccio, ritorna continuamente in mente l’episodio che “li ha portati dentro” come si sono comportati e dove hanno sbagliato. La loro condizione di detenzione li rende particolarmente adatti all’ascolto.

Come si svolge una lezione di yoga all’interno del carcere? esattamente come le lezioni all’esterno! Ho un mio quaderno dove segno i nomi degli allievi, un numero variabile tra quattro e dieci, che vengono riuniti spesso con l’aiuto di un agente di custodia che segue in particolare le attività rieducative. La sala da yoga al secondo piano è piuttosto confortevole. Uno o due detenuti sono incaricati di fare le pulizie una volta alla settimana. Le scarpe vengono lasciate all’ingresso. Dopo la registrazione delle presenze e i tre “AUM” di invocazione, di solito vengono eseguite le posizioni in piedi. I miei allievi sono di età variabile tra i 18 e i 70 anni, ma normalmente l’età è tra i 25 e i 45 anni. La maggior parte di loro fa altra attività fisica, ma non hanno l’abitudine a “dialogare” con il proprio fisico per cui avvertono immediatamente i benefici del movimento secondo le istruzioni dell’Iyengar Yoga e sono pronti per posizioni più impegnative, adho mukha svanasana, uttanasana, urdhva mukha svanasana. Quasi sempre eseguiamo adho mukha vrchasana e gli allievi si aiutano l’uno con l’altro ad imparare a salire nella posizione. “L’importante non è fare meglio degli altri, ma fare meglio di quello che si è fatto la volta precedente”. Con le posizioni capovolte gli allievi imparano un altro modo di sentire il corpo e la mente: ovviamente si tratta di un momento di evasione, di divertimento, di esperimento. Nelle successive posizioni sedute o in avanti non si sente più volare una mosca: queste sono difficili per la maggior parte di loro, abituati a lavorare più di forza che di flessibilità. Come in una qualsiasi lezione, il mio sforzo è dedicato a spiegare che non si tratta solo di un esercizio fisico, ma di una meditazione, di una pratica volta ad andare in profondità dentro di sé. Gli allievi comprendono e mettono attenzione. Concludo con qualche minuto di pranayama e savasana.

Se a volte mi chiedo come mai sto ancora andando una volta alla settimana alla Casa Circondariale, dopo otto anni (un’ora e un quarto ad andare con il pullman n.29, da capolinea a capolinea, un altro quarto d’ora all’andata e al ritorno per i controlli, almeno un quarto d’ora per riunire gli allievi, totale quasi 4 ore per fare una lezione di poco più di un’ora) questo capita sempre prima di fare la lezione e non dopo. Finita la lezione, sono sempre contenta. Mi basta vedere la differenza di espressione dei miei allievi prima e dopo la pratica per capire che quello che faccio ha un senso.

E la settimana dopo ritorno, benché le cose si stiano facendo sempre più difficili. L’orario a disposizione delle attività di volontariato è stata ridotta, il tempo passato dai detenuti obbligatoriamente in cella è stato allungato. Questo in tempi in cui si parla sempre di più di recupero dei detenuti, di attività utili, sembra che la realtà del carcere sia sempre di più chiusa in se stessa.

Il boom dello yoga ha riguardato molto marginalmente gli aspetti di possibile applicazione dello yoga nel sociale, e questo -secondo me- è un gran peccato! (qui parlo di associazioni di yoga)

Nello stesso tempo, i “problemi di sicurezza” hanno sempre la priorità (giustamente) sulle attività di recupero dei detenuti e questo è un altro gran peccato (qui parlo delle strutture carcerarie).

Le due cose insieme faranno sì che prima o poi metta fine a questa straordinaria esperienza.

 

 

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